giovedì 10 ottobre 2024

Perché sono brutale nel raccontare il vero Wing Chun: oltre il mito, dentro la realtà del combattimento


Non c’è fumo, non ci sono titoli onorifici, non ci sono certificati incorniciati o fotografie con maestri sorridenti da esibire sui social. C’è solo il peso della realtà. Ed è proprio da qui che nasce il mio modo, volutamente duro e diretto, di parlare di Wing Chun. Un modo che infastidisce, divide, a volte irrita. Ma che ha un solo obiettivo: smontare le illusioni prima che lo faccia la strada.

Nel panorama contemporaneo delle arti marziali, il Wing Chun è spesso raccontato come un sistema elegante, razionale, quasi scientifico. Una disciplina “pulita”, ordinata, armoniosa. È una narrazione rassicurante, vendibile, fotogenica. Ed è proprio per questo che è pericolosa. Perché quando la teoria incontra l’asfalto, quando il tatami scompare e resta solo il cemento freddo, molte di queste certezze si frantumano come vetro sotto un colpo secco.

Io parlo di Wing Chun perché sono ciò che resta quando la teoria non basta più. Parlo perché ho visto troppe persone pagare caro un addestramento costruito come un’armatura di carta velina: bellissima da vedere, inutile quando iniziano a piovere pugni veri. Ho visto tecniche “infallibili” crollare in pochi secondi, e ho visto lo stesso Wing Chun diventare uno strumento devastante solo dopo essere stato spogliato di ogni estetica superflua, ridotto a pura funzione, a sopravvivenza.

La differenza non è accademica. È esistenziale.

Il vero Wing Chun non nasce per le luci a LED delle palestre moderne, ma per contesti sporchi, stretti, imprevedibili. Nasce dove l’equilibrio è instabile, il terreno scivoloso, il respiro corto. Lì dove l’odore del sudore freddo segnala il momento esatto in cui il corpo capisce che la tecnica “non sta funzionando”. Parlare di Wing Chun senza considerare questo significa tradirne l’essenza.

La brutalità del mio linguaggio non è arroganza, ma responsabilità. Non vendo corsi, non costruisco follower, non offro illusioni. Preferisco distruggere una falsa sicurezza oggi piuttosto che leggere di un allievo domani in un pronto soccorso. Il dubbio, se ben piantato, salva la vita. La mia autorità non nasce da un grado cucito sulla cintura, ma dalla volontà di dire ciò che molti evitano: se non senti il dolore, se non conosci il caos, qualcuno ti sta mentendo.

Nel mondo reale, quello che funziona davvero è spesso anonimo. Non ha nomi altisonanti, non compare nei post celebrativi, non ha bisogno di marketing. Le strutture che contano non sono quelle delle foto di gruppo, ma quelle che tengono quando sei solo, al buio, con l’adrenalina che ti stringe la gola e qualcuno davanti che vuole portarti via tutto. Il Wing Chun autentico vive lì, non nei comunicati stampa.

Molti studiano l’ordine delle forme. Io ho studiato il disordine delle risse. La realtà del combattimento non è coreografica, non è pulita, non è prevedibile. Un Tan Sao, fuori dal contesto ideale, non è un gesto elegante: è un cuneo disperato di ossa e nervi che cerca di non farsi rompere la faccia. Questa è la verità del Wing Chun. Tutto il resto è cinema.

Non chiedermi chi sono. Chiediti piuttosto se la tua struttura, il tuo Ma Bo, la tua sicurezza, reggerebbero se in questo preciso istante il pavimento diventasse scivoloso di olio e sangue, se l’aria si riempisse di urla e il tempo smettesse di essere teorico.

Io sono la voce che ti dice che non sei pronto. Ed è proprio per questo che, forse, sono l’unica che ti sta dando una possibilità concreta di diventarlo davvero.

Meno forme, più impatto.
Meno ego, più realtà.



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