martedì 29 ottobre 2024

Il Mito del Combattimento Perduto: Wong Shun Leung, Wong Jak Man e la Nascita del Jeet Kune Do – Quale Stile Sconfisse Bruce Lee?


Il Piccolo Drago non poteva essere battuto. Questa è la narrazione che l'immaginario collettivo ha scolpito nel marmo della cultura pop: Bruce Lee, fenomeno fisico e filosofico, guerriero invincibile che nessuno mai riuscì a scalfire. Come tutte le statue erette a gloria di un uomo, anche questa presenta crepe profonde, crepe che rivelano una verità più complessa, più umana e infinitamente più interessante.

La domanda che ancora oggi riecheggia nei forum di appassionati e nelle palestre di mezza mondo è una di quelle che scatenano risse verbali tra cultori: "Quale stile usò l'avversario quando Bruce Lee non riuscì a sconfiggerlo con il Wing Chun?" La risposta, come spesso accade nella storia marziale, non è univoca. Perché il combattimento in questione non è uno, ma due. E forse, nemmeno uno di essi è realmente accaduto come la leggenda tramanda.

Per comprendere l'evoluzione del pensiero di Bruce Lee, dobbiamo prima sfatare un mito e poi affrontare un fantasma.

Partiamo dalla figura più nota, quella di Wong Shun Leung. Wong era il si hing (fratello marziale anziano) di Bruce Lee nella cerchia di Ip Man a Hong Kong. Non era semplicemente un compagno di allenamento: era colui che introdusse Bruce nel mondo del Wing Chun, il suo primo e più influente mentore pratico. Wong Shun Leung era un combattente leggendario, noto per i suoi innumerevoli beimo (combattimenti sfida) contro maestri di altri stili. La sua efficienza era tale che guadagnò il soprannome di "Re del Combattimento" o "Distruttore di Gong Fu".

L'aneddoto che li vede contrapposti sul set di Enter the Dragon è rivelatorio. Wong, chiamato come consulente, vide Bruce Lee eseguire un movimento e, con la schiettezza del maestro, commentò: "Questo non è Wing Chun". Bruce, ormai evoluto nel suo percorso, rispose semplicemente: "Funziona". Non ci fu alcuno scontro, nessuna sfida. Solo il rispetto tra due artisti marziali che avevano preso strade diverse. La verità è che Wong Shun Leung non sconfisse mai Bruce Lee in un combattimento, semplicemente perché non ci fu mai motivo. Il loro legame era di fratellanza, non di rivalità. Eppure, in un senso più profondo, fu proprio la lezione di Wong – quella dell'efficienza assoluta, dello spogliare il combattimento da ogni orpello coreografico – a piantare in Bruce il seme che sarebbe germogliato nel Jeet Kune Do.

Se cerchiamo uno scontro reale, una sconfitta che abbia segnato un punto di svolta, dobbiamo varcare l'oceano e spostarci sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Dobbiamo parlare di Wong Jak Man.

Qui entriamo in un territorio minato, dove la storia si intreccia con il mito, la testimonianza oculare con il romanzo di formazione. Wong Jak Man era un maestro di arti marziali residente a San Francisco, un uomo la cui abilità marziale era rispettata nella comunità cinese d'oltreoceano. Secondo il libro Jeet Kune Do: The Art & Philosophy of Bruce Lee, lo stile praticato da Jak Man era il My Jong Law Horn. Si trattava di un sistema della Cina meridionale, meno noto del Wing Chun o dell'Hung Gar, che enfatizzava posizioni forti, tecniche a media e lunga distanza e una potenza derivata dalla rotazione del busto e dal radicamento a terra. Un approccio radicalmente diverso dal combattimento a corta distanza e dalla linea centrale del Wing Chun.

La data presunta è il 1964, in occasione del Festival delle Arti Marziali Cinesi di San Francisco. Bruce Lee, giovane e irriverente, avrebbe sfidato o sarebbe stato sfidato (le versioni divergono) da Wong Jak Man. La posta in gioco era alta: l'orgoglio del Wing Chun e, si dice, il diritto di Bruce di insegnare ai non cinesi nella sua scuola di Oakland.

E qui si aprono due universi narrativi paralleli.

La Versione di Wong Jak Man e dei suoi sostenitori: Il combattimento non fu affatto epico. Fu breve, confuso e per nulla conclusivo. Wong Jak Man, forte del suo My Jong Law Horn, avrebbe controllato la distanza, impedendo a Bruce di entrare nel suo territorio preferito. Bruce Lee, frustrato, non riusciva a portare colpi risolutivi. Non ci fu un vero vincitore, o al massimo, l'incontro si risolse in una sostanziale parità. Bruce Lee non fece alcun danno significativo a Wong, dimostrando i limiti del suo Wing Chun contro uno stile studiato per tenere a bada l'avversario.

La Versione di Bruce Lee e dei suoi seguaci: La narrazione è ben diversa. In questa versione, Wong Jak Man, consapevole della potenza di Bruce, non ingaggiò un vero combattimento. Iniziò a girare intorno a lui, rifiutando lo scambio diretto, forse per logorarlo o forse per paura. Bruce, implacabile, lo inseguì finché non riuscì a chiudere la distanza, a sbilanciarlo e a colpirlo con una serie di tecniche che costrinsero Wong Jak Man ad arrendersi, esausto e battuto. In questo racconto, la vittoria è netta e inconfutabile.

Qual è la verità? Probabilmente, come in tutti i racconti tramandati oralmente per decenni, sta nel mezzo. È verosimile che Wong Jak Man, forte di uno stile come il My Jong Law Horn, sia riuscito a tenere testa a Bruce Lee meglio di quanto molti altri avessero fatto. È possibile che il giovane Bruce, abituato a dominare gli sfidanti con la potenza del suo Wing Chun, si sia trovato per la prima volta di fronte a un avversario che non riusciva a gestire con i soliti schemi. Forse non fu una sconfitta nel senso letterale del termine, ma fu certamente una rivelazione.

E arriviamo al cuore della domanda: quale stile usò Wong Jak Man? Se diamo credito alla fonte citata, il My Jong Law Horn. Ma la risposta più autentica è un'altra.

Lo stile che "sconfisse" Bruce Lee non fu né il Wing Chun di Wong Shun Leung, né il My Jong Law Horn di Wong Jak Man. Fu lo stile del Limite. Fu la scoperta che il suo sistema, per quanto eccelso, aveva dei confini. Di fronte a un avversario che rifiutava il suo gioco, che usava il movimento e la distanza per neutralizzarlo, il Wing Chun ortodosso mostrava le sue crepe. Non era "sbagliato", era semplicemente "incompleto".

Quel combattimento, nella sua versione reale o mitizzata, fu il laboratorio in cui iniziò a prendere forma il Jeet Kune Do. Bruce Lee non abbandonò il Wing Chun, ma lo usò come base su cui innestare ciò che funzionava da altri stili. Dal pugilato occidentale prese il gioco di gambe e il jab. Dalla scherma, la nozione di "tempo" e di arresto in avanzata. Forse, proprio dall'incontro con Wong Jak Man, comprese l'importanza di saper combattere anche a distanza, di poter colpire l'avversario mentre lui colpisce te, senza dover per forza "incollarsi" a lui con il chi sao.

Lo stile che vinse quel giorno non fu dunque un insieme di tecniche, ma un'idea: l'idea che la verità marziale non fosse proprietà di un solo stile, ma andasse cercata ovunque si trovasse. Wong Jak Man, volontariamente o no, non sconfisse Bruce Lee. Gli mostrò una porta. E Bruce, da vero guerriero, invece di sbatterci la testa contro fino a sanguinare, decise di aprirla e di guardare cosa ci fosse oltre.

La leggenda del combattimento perduto sopravvive perché è una storia potente. Racconta di un eroe che, toccato il suo limite, lo trasforma in trampolino. La verità, fatta di confronti mai avvenuti e di scontri ambigui, è forse meno epica, ma infinitamente più preziosa. Perché ci ricorda che la crescita autentica nasce sempre da uno scacco, da una domanda senza risposta, da un avversario che ci costringe a cambiare.

E in questo, Bruce Lee fu il più grande di tutti. Non perché non perse mai, ma perché ogni "sconfitta" divenne il fondamento della sua prossima vittoria.



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