Ok, è ora di affrontare l'elefante nella stanza. Quella vocina che ogni tanto sentite quando qualcuno scopre che fate Wing Chun. Quella domanda che nessuno ha il coraggio di fare ad alta voce, ma che tutti pensano quando vi vedono fare quei movimenti stretti, quelle posizioni con le ginocchia in dentro, quelle mani che sembrano più una danza che una lotta.
"Ma il Wing Chun... non è quella roba lì che ha inventato una monaca? Una roba da donne, praticamente?"
E poi arriva la storiella, sempre quella: "È l'arte marziale della donna, perché è stata creata da una monaca per permettere ai più deboli di sconfiggere i più forti". Bella storia. Ispiratrice. Peccato che nella testa della gente, questa storia si traduca in: "Ah, quindi è karate light. La versione decaffeinata. La fighetta delle arti marziali".
Oggi facciamo chiarezza. E la risposta è molto più sporca e molto più affascinante di quanto crediate.
Partiamo dalla leggenda. Ng Mui, monaca buddista del Tempio Shaolin, sopravvissuta alla sua distruzione. Una donna, in un'epoca in cui le donne non contavano nulla, costretta a nascondersi, che sviluppa un sistema di combattimento per difendersi da soldati e banditi più grossi e forti di lei. Fin qui, tutto coerente.
Ma la gente si ferma a "donna" e "più debole" e dimentica il contesto. Ng Mui non stava creando uno yoga dolce. Stava creando un sistema per uccidere. Per sopravvivere. Perché quando sei una donna sola contro un uomo armato e violento, non hai diritto al secondo round. Non hai diritto all'errore. Devi finirlo in fretta, con la massima efficienza, e sparire nell'ombra.
Questo è il punto che i detrattori non capiscono: il Wing Chun non è "debole" perché è stato pensato per i deboli. È spietato proprio per questo. Quando non hai la forza bruta, non puoi permetterti il lusso di fare a pugni come un cazzone. Devi colpire dove fa male, quando fa male, e non smettere finché l'altro non cade.
Guardate un praticante di Wing Chun in posizione. Ginocchia in dentro, petto chiuso, gomiti bassi. Sembriamo rannicchiati, quasi impauriti. Un pugile vi guarda e dice: "Ma come fai a respirare? Come fai a muoverti?".
Ecco il punto: quella posizione non è fatta per avere un bell'aspetto. È fatta per sopravvivere in un corridoio stretto, in un vicolo, in un ascensore. I gomiti bassi proteggono le costole. Le ginocchia in dentro proteggono l'inguine e danno una struttura che assorbe gli urti senza cadere. Il petto chiuso presenta un bersaglio più piccolo.
Il Wing Chun è l'arte marziale degli spazi stretti. Delle situazioni di merda. Di quando non hai spazio per saltare come un canguro o fare acrobazie. Sei lì, incastrato tra un muro e un tipo che ti vuole spaccare la faccia, e devi trovare un modo per cavartela.
Detto questo, devo essere onesto: il Wing Chun di oggi è pieno di fighette. E lo dico da dentro.
Quante palestre hai visto dove si fa solo "chi sao" leccato, dove nessuno si tira davvero un pugno in faccia, dove il maestro è un vecchio che non si muove da vent'anni ma "se ti avvicini, senti la forza"? Il problema non è l'arte marziale. Il problema è chi la pratica.
Troppi praticanti di Wing Chun si sono addormentati sugli allori del mito. "Noi siamo l'arte marziale più efficace perché l'ha inventata una monaca e noi colpiamo in linea retta". E intanto non hanno mai fatto uno sparring vero con uno che viene da un'altra disciplina. Non sanno cosa significa prendere un calcio alle gambe da un thaiboxer. Non sanno cosa significa essere portati a terra da un lottatore di Jiu-Jitsu. Vivono nella loro bolla di seta, convinti di essere letali perché sanno fare un "pak sao" perfetto.
E allora sì, in quei casi, il Wing Chun diventa una fighetta. Diventa il balletto di quelli che non hanno mai avuto il coraggio di mettersi in gioco davvero.
La Verità Sporca: Il Wing Chun è un Molotov, non un Fucile di Precisione.
Se vuoi capire il Wing Chun, devi smettere di vederlo come un'arte marziale completa. Non lo è. Non ha le prese del Jiu-Jitsu, non ha i calci del Muay Thai, non ha la mobilità della boxe. Allora a cosa serve?
Il Wing Chun è un principio. È un sistema per generare potenza in spazi ristretti e per intercettare quello che ti arriva addosso. È un moltiplicatore di forza per chi non ha forza. È la strategia di chi deve vincere in fretta perché se si allunga, perde.
Prendete il concetto del "colpo singolo". Nel Wing Chun si ripete all'infinito: un colpo solo, diretto, in linea retta. Non è perché siamo stupidi o non sappiamo fare combinazioni. È perché nella testa di chi ha creato questo sistema, non c'è spazio per il "due". Il primo colpo deve già fare male. Il primo colpo deve già creare l'apertura per il secondo che chiude la partita. Non è boxe, dove studi le combinazioni da 4-5 colpi. È una rissa da vicolo dove se il primo non lo stordisci, il secondo te lo prendi in faccia tu.
Allora, il Wing Chun è una fighetta?
No. Il Wing Chun è uno dei pochi sistemi marziali pensati esplicitamente per lo scenario peggiore: tu, più debole, più piccolo, senza via di fuga, contro uno più grosso che ti vuole male. È cattivo di progettazione. È sporco per definizione.
Il problema è che molti dei suoi interpreti lo hanno trasformato in una fighetta. Lo hanno addomesticato, reso presentabile, tolto il marcio che lo rendeva vivo. Hanno sostituito il combattimento con la danza, la violenza con l'estetica.
Il vero Wing Chun, quello della monaca che doveva sopravvivere in un mondo di uomini violenti, non è una fighetta. È un coltello nascosto nella manica. Piccolo, stretto, ma se ti ci avvicini troppo, ti sventra e tu non hai nemmeno fatto in tempo a capire da dove è arrivato il colpo.
Poi oh, se preferite il Wing Chun da sala prove, quello con le tuniche bianche e i nomi in cinese e i maestri che non sudano mai, continuate pure. Ma non venite a piangere quando nella strada vera qualcuno vi chiude in un angolo e la vostra bella arte marziale "soft" si scioglie come neve al sole.

