venerdì 24 gennaio 2025

Ip Man e il Wing Chun: dove finisce il mito e comincia la realtà

 


C'è un momento, nella storia di quasi ogni arte marziale, in cui il cinema prende una disciplina reale, la trasforma in qualcosa di spettacolare e finisce per creare un'immagine che, a forza di essere ripetuta, diventa più famosa della realtà.

Il Wing Chun è uno degli esempi più evidenti.

Per molti occidentali, il volto di questa arte marziale è quello di Ip Man interpretato da Donnie Yen: movimenti rapidissimi, economia assoluta, postura impeccabile e avversari che cadono uno dopo l'altro sotto una raffica di pugni.

È cinema, naturalmente.

Ed è anche ottimo cinema.

Il problema nasce quando quella rappresentazione viene scambiata per un manuale di combattimento.

Ricordo ancora la prima volta che vidi Ip Man.

Quella scena in cui il protagonista affronta una serie di karateka giapponesi è costruita magnificamente. Ip Man non sembra nemmeno combattere: avanza, colpisce, controlla la distanza e tutto sembra accadere con una naturalezza quasi irreale.

È difficile non rimanerne affascinati.

Il messaggio cinematografico è potente: non servono muscoli enormi, non servono acrobazie, non serve essere più grandi dell'avversario.

Servono tecnica, precisione, velocità e controllo.

Ed è proprio qui che il cinema comincia a vendere una promessa pericolosa.

Perché un conto è dire che la tecnica può ridurre lo svantaggio fisico.

Un altro è suggerire che lo svantaggio fisico possa essere semplicemente cancellato.

Non funziona così.

Il peso conta.

La massa conta.

La forza conta.

La differenza di altezza, di allungo, di esplosività e di esperienza conta.

Non significa che un praticante più leggero sia automaticamente destinato a perdere. Significa che la tecnica non vive in un universo separato dalla fisica.

Anche discipline estremamente tecniche come il Brazilian Jiu-Jitsu prevedono categorie di peso.

Non perché la tecnica sia inutile, ma esattamente per il motivo opposto: perché la tecnica funziona meglio quando non viene costretta a compensare differenze fisiche enormi.

Un praticante di 60 kg può certamente mettere in difficoltà un avversario molto più pesante.

Ma promettergli che 60 kg di tecnica cancellino sistematicamente 60 kg di differenza significa vendere una fantasia.

E il Wing Chun non dovrebbe aver bisogno di queste fantasie per essere interessante.

Questa è forse la distinzione più importante.

Dire che il Wing Chun non funziona è semplicemente troppo facile.

Il problema è chiedergli di fare tutto.

Il Wing Chun possiede principi interessanti: controllo della linea centrale, economia del movimento, struttura, sensibilità al contatto, gestione della distanza ravvicinata e coordinazione tra attacco e difesa.

Il Chi Sau, in particolare, può sviluppare una sensibilità al contatto che difficilmente si ottiene attraverso esercizi completamente privi di interazione.

Ma una cosa è avere strumenti utili.

Un'altra è possedere un sistema completo di combattimento.

Ed è qui che emergono le lacune.

Il Wing Chun tradizionale lavora prevalentemente sulla corta distanza.

Ma un combattimento non è obbligato a rimanere nella distanza che preferiamo noi.

L'avversario può arretrare.

Può entrare.

Può cambiare angolo.

Può colpire con le gambe.

Può afferrare.

Può portare il combattimento a terra.

Può semplicemente essere molto più bravo di noi.

Il footwork di alcune scuole di Wing Chun può risultare poco adatto a un combattimento caratterizzato da continui cambi di angolo, soprattutto se confrontato con discipline che hanno fatto del movimento una componente centrale del proprio allenamento.

La boxe, per esempio, ha sviluppato un lavoro sofisticato sulla distanza, sugli angoli, sulle schivate e sulla gestione del ritmo.

La Muay Thai aggiunge calci, ginocchia, gomiti e clinch.

Il Judo e il BJJ introducono un altro universo: prese, proiezioni, controllo e combattimento a terra.

Non significa che il Wing Chun sia inutile.

Significa che non copre tutto.

Il chain punch è probabilmente una delle immagini più riconoscibili del Wing Chun.

Rapido.

Continuo.

Ipnotico.

Ma la velocità non equivale automaticamente alla potenza.

Un pugno efficace richiede struttura, distanza, coordinazione, trasferimento del peso, timing e capacità di colpire un bersaglio che non collabora.

Se l'avversario rimane fermo davanti a noi, possiamo costruire una sequenza perfetta.

Se invece si muove, arretra, entra con un jab, cambia angolo o ci afferra, il problema diventa completamente diverso.

Il combattimento non è eseguire una tecnica.

È riuscire a eseguirla mentre qualcuno cerca attivamente di impedirlo.

Questa differenza sembra banale.

In realtà è enorme.

Ed eccoci al punto più delicato.

Puoi conoscere cento tecniche.

Puoi eseguire perfettamente le forme.

Puoi avere un Chi Sau eccellente.

Puoi conoscere ogni principio teorico del Wing Chun.

Ma se non ti confronti regolarmente con qualcuno che resiste, si muove e cerca di colpirti, non sai davvero quanto di ciò che hai imparato sia trasferibile al combattimento.

Non è un problema esclusivo del Wing Chun.

È un problema di qualsiasi arte marziale.

La tecnica che funziona perfettamente contro un compagno collaborativo deve attraversare una fase molto più difficile: quella in cui l'altro non collabora.

E lì molte illusioni muoiono.

È una buona cosa.

Perché quello è esattamente il momento in cui comincia l'apprendimento.

C'è poi un altro equivoco.

Un sistema efficace nel combattimento sportivo non è automaticamente un sistema completo di autodifesa.

L'autodifesa comprende molto altro: riconoscere una situazione pericolosa, evitare l'escalation, mantenere la distanza, trovare una via di fuga e capire quando combattere è l'ultima scelta possibile.

Un'aggressione reale può inoltre comprendere fattori che nessuna palestra può riprodurre perfettamente: sorpresa, ambiente, presenza di altre persone, armi e conseguenze legali.

Per questo la vera autodifesa non dovrebbe insegnare soltanto a colpire.

Dovrebbe insegnare soprattutto a non trovarsi nella posizione in cui bisogna farlo.

Una delle narrazioni più affascinanti costruite intorno al Wing Chun è quella dell'arte capace di permettere a una persona fisicamente svantaggiata di sconfiggere chiunque.

È una storia commercialmente potentissima.

Ed è anche una mezza verità.

La tecnica può permettere a una persona meno forte di sfruttare meglio le proprie capacità.

Può migliorare il posizionamento.

Può ridurre lo spreco di energia.

Può consentire di utilizzare meglio equilibrio, struttura e timing.

Ma non trasforma un essere umano in un personaggio cinematografico.

Il corpo continua a essere quello che è.

La fisica continua a essere quella che è.

E un avversario che pesa il doppio non diventa improvvisamente leggero perché abbiamo imparato una forma.

Ed è qui che entra in gioco anche il mercato delle arti marziali.

Quando una disciplina viene presentata come depositaria di tecniche segrete, principi sconosciuti agli altri stili o capacità quasi sovrumane, bisogna accendere una luce rossa.

Non perché il Wing Chun sia peggiore delle altre arti.

Perché nessuna arte marziale dovrebbe aver bisogno di essere venduta come magia.

Un maestro serio non dovrebbe avere paura del confronto.

Non dovrebbe aver bisogno di convincere i propri allievi che tutto ciò che esiste fuori dalla sua scuola sia inefficace.

E soprattutto non dovrebbe avere paura dello sparring.

Perché se una tecnica funziona, prima o poi dovrà dimostrarlo contro qualcuno che non vuole collaborare.

Ed è qui che bisogna evitare l'altro errore: passare dal mito alla demolizione totale.

Il Wing Chun possiede elementi che possono essere estremamente interessanti.

La ricerca della struttura.

La sensibilità.

Il controllo della linea centrale.

L'economia del movimento.

Il lavoro a corta distanza.

La capacità di percepire attraverso il contatto.

Sono concetti che possono avere valore anche al di fuori del Wing Chun.

Il problema nasce quando questi strumenti vengono trasformati in una religione.

Un'arte marziale non deve essere una fede.

Deve essere uno strumento.

E uno strumento diventa migliore quando viene provato, corretto e integrato.

Un praticante può mantenere il Wing Chun e contemporaneamente studiare ciò che gli manca.

Boxe per il movimento e lo striking.

Muay Thai per il clinch, le ginocchia e i gomiti.

Judo per le proiezioni.

BJJ per il combattimento a terra.

Sparring per mettere tutto alla prova.

Non significa tradire il Wing Chun.

Significa prenderlo sul serio.

Perché se consideriamo un'arte marziale abbastanza importante da praticarla per anni, dovremmo essere abbastanza onesti da riconoscerne anche i limiti.

E Ip Man?

Ip Man rimane un grande film.

Donnie Yen rimane straordinario.

Le coreografie sono spettacolari.

La figura storica di Ip Man merita di essere studiata.

Ma il cinema racconta una storia.

Non una sessione di sparring.

Quando vediamo un uomo affrontare dieci avversari e vincere senza praticamente subire danni, dobbiamo goderci la scena per quello che è.

Cinema.

Non laboratorio di biomeccanica.

E va benissimo così.

Il problema non è che il cinema esageri.

Il problema nasce quando usciamo dalla sala convinti che il nostro corpo abbia improvvisamente acquisito le proprietà di quello di Donnie Yen.

Forse è proprio questa la conclusione più onesta.

Il Wing Chun non è una truffa.

Non è nemmeno l'arte marziale definitiva.

È un sistema con una propria storia, una propria logica, alcuni principi interessanti e anche limiti evidenti.

Può essere praticato per tradizione.

Per cultura.

Per disciplina.

Per piacere personale.

Oppure può essere inserito all'interno di una preparazione marziale più ampia.

Quello che non dovrebbe mai diventare è una promessa di invincibilità.

Perché l'invincibilità appartiene ai film.

Sul tatami, sul ring o per strada, invece, esiste una regola molto meno romantica: funziona ciò che riesci a fare quando l'altro non vuole lasciartelo fare.

Ed è lì che finisce il mito.

Ed è lì che comincia la realtà.



giovedì 23 gennaio 2025

Wing Chun: tra la leggenda di Ng Mui e la storia che non conosciamo



Il Wing Chun è oggi una delle arti marziali cinesi più conosciute al mondo. La sua fama è legata soprattutto alla rapidità dei colpi, al combattimento a corta distanza, all'economia dei movimenti e a una particolare impostazione tecnica che lo distingue da molti altri stili di kung fu.

Ma quando si parla delle sue origini, il terreno diventa molto meno solido.

Per generazioni, la storia del Wing Chun è stata raccontata attraverso una leggenda affascinante: una monaca buddhista sopravvissuta alla distruzione dello Shaolin del Sud, un incontro tra una gru e un serpente, una giovane donna costretta ad affrontare un uomo violento e, infine, la nascita di un nuovo sistema di combattimento.

È una storia perfetta.

Forse fin troppo perfetta.

Perché quando si separa la tradizione dalla documentazione storica, molte delle certezze sulle origini del Wing Chun cominciano a diventare molto meno certe.

Secondo la tradizione più conosciuta, durante il XVIII secolo la dinastia Qing aveva ormai consolidato il proprio controllo sulla Cina dopo la caduta dei Ming.

Nel sud del Paese, il Tempio Shaolin del Sud sarebbe stato uno dei centri della resistenza contro i Qing. Monaci, ribelli e combattenti per la libertà vi si sarebbero allenati e avrebbero organizzato la loro opposizione alla nuova dinastia.

I Qing avrebbero infine distrutto il tempio.

Tra i pochi sopravvissuti ci sarebbe stata Ng Mui, una monaca buddhista che avrebbe trovato rifugio nel Tempio della Gru Bianca, nella provincia del Fujian.

Ed è proprio qui che la leggenda fa compiere al Wing Chun il suo primo passo.

Un giorno, mentre scendeva dalla montagna per procurarsi delle provviste, Ng Mui avrebbe assistito al combattimento tra una gru e un serpente.

Il serpente cercava di sfruttare la propria forza e aggressività per colpire la gru. La gru, invece, evitava gli attacchi utilizzando velocità, angolazioni e movimenti precisi.

Ng Mui sarebbe rimasta colpita da quello scontro e avrebbe iniziato a studiare e perfezionare il proprio sistema di combattimento osservando quei principi naturali.

Poco tempo dopo avrebbe incontrato una giovane ragazza di nome Yim Wing Chun, figlia di un venditore di tofu.

La ragazza aveva però un problema.

Un gangster locale voleva costringerla a sposarlo e aveva minacciato di distruggere il villaggio e di uccidere chiunque avesse cercato di impedirglielo.

Ng Mui propose allora un accordo.

L'uomo avrebbe dovuto tornare dopo sei mesi. Se Wing Chun fosse riuscita a sconfiggerlo in combattimento, egli avrebbe dovuto rinunciare per sempre a lei e al villaggio. Se invece fosse stata sconfitta, Wing Chun avrebbe accettato di diventare sua moglie.

Il gangster accettò, convinto che si trattasse di una sfida ridicola.

Ng Mui portò quindi Wing Chun sulle montagne e la sottopose a un intenso addestramento.

Sei mesi dopo, le due tornarono al villaggio.

Davanti agli abitanti, Wing Chun affrontò il gangster e lo sconfisse sfruttando velocità, tecnica e angolazioni invece della forza bruta.

L'uomo, umiliato, fuggì e non tornò mai più.

Successivamente Wing Chun si sarebbe sposata e, insieme al marito, avrebbe continuato a sviluppare il sistema di combattimento.

Da lei avrebbe preso il nome l'arte marziale conosciuta come Wing Chun.

È una storia potente perché contiene tutto ciò che ci aspetteremmo dal mito di un'arte marziale: una maestra misteriosa, una conoscenza ricavata dalla natura, un allievo destinato a diventare protagonista e un combattimento contro un oppressore.

Il problema è che una storia affascinante non è necessariamente una storia documentata.

Il primo elemento problematico è proprio uno dei pilastri della leggenda: il Tempio Shaolin del Sud.

Non esiste una documentazione storica sufficientemente solida che permetta di affermare con certezza l'esistenza del famoso tempio così come viene descritto nella tradizione del Wing Chun.

Questo non significa che il kung fu Shaolin non avesse rapporti con la Cina meridionale.

Al contrario, esistono collegamenti storici tra i monaci Shaolin e le province meridionali.

Nel XVI secolo, per esempio, il generale Qi Jiguang utilizzò anche monaci provenienti dallo Shaolin settentrionale durante le campagne militari contro pirati e altri gruppi armati nelle regioni costiere.

Il problema, quindi, non è l'esistenza di una presenza Shaolin nel sud della Cina.

Il problema è trasformare questa presenza in un preciso tempio clandestino, centro della resistenza anti-Qing, distrutto dalle autorità e collegato direttamente alla nascita del Wing Chun.

Oggi diversi luoghi della Cina meridionale rivendicano un rapporto con il leggendario Shaolin del Sud. Alcuni sono stati ricostruiti e sono diventati importanti attrazioni turistiche.

Questo rende il tempio molto più interessante come simbolo della tradizione marziale cinese che come luogo storico definitivamente identificato.

Anche l'episodio dell'incontro tra serpente e gru presenta qualche problema.

L'idea che un'arte marziale possa essere nata osservando il combattimento tra animali non è affatto esclusiva del Wing Chun.

Storie simili compaiono in diverse tradizioni marziali asiatiche.

Una versione particolarmente interessante è associata al Tai Chi, mentre racconti comparabili si trovano anche nel Silat e in altre tradizioni del Sud-est asiatico.

Questo ha portato alcuni studiosi del folklore a considerare questi racconti come possibili leggende migratorie: narrazioni capaci di viaggiare da una cultura all'altra, adattandosi ai luoghi nei quali vengono raccontate.

Ma nel caso del Wing Chun esiste un dettaglio ancora più interessante.

Una tradizione molto simile compare nella storia della Gru Bianca del Fujian.

E non si tratta soltanto di una somiglianza generica.

La vicenda è collocata nello stesso periodo storico e coinvolge il territorio di Yongchun, nome che presenta una sorprendente corrispondenza con il termine cantonese Wing Chun.

A questo si aggiunge un altro elemento.

Chi ha praticato sia la Gru Bianca sia il Wing Chun può riconoscere alcune somiglianze nei principi e nella meccanica del combattimento.

Questo non dimostra che il Wing Chun derivi direttamente dalla Gru Bianca.

Ma rende plausibile l'ipotesi che tra le due tradizioni possa essere esistito qualche tipo di rapporto storico o culturale.

Una donna che sconfigge un gangster in sei mesi?

Poi c'è la parte più cinematografica della leggenda.

Wing Chun avrebbe sconfitto un uomo violento e presumibilmente esperto nel combattimento dopo appena sei mesi di allenamento.

È possibile?

In termini realistici, appare estremamente improbabile.

Sei mesi possono essere sufficienti per acquisire una discreta preparazione fisica e tecnica, ma immaginare che una principiante possa trasformarsi in combattente superiore a un uomo abituato alla violenza semplicemente attraverso un breve periodo di addestramento appartiene più al territorio del mito che a quello della storia marziale.

Ma forse è proprio questo il punto.

La leggenda non deve necessariamente essere letta come una cronaca.

Potrebbe rappresentare qualcosa di diverso.

La giovane donna debole che sconfigge l'uomo violento attraverso tecnica, intelligenza e velocità costituisce una metafora perfetta per un'arte marziale costruita attorno all'idea di utilizzare l'efficienza per compensare la forza.

In questo senso, la storia racconta già la filosofia del Wing Chun prima ancora di descriverne le tecniche.

Un'altra teoria conduce invece verso un ambiente completamente diverso dal monastero.

È quello delle compagnie itineranti dell'Opera della Giunca Rossa.

Si trattava di gruppi legati al teatro, all'intrattenimento e, secondo alcune ricostruzioni, anche agli ambienti anti-Qing.

Queste compagnie viaggiavano attraverso la Cina meridionale e potevano rappresentare un ambiente ideale per la trasmissione di tecniche di combattimento.

Alcuni studiosi hanno inoltre ipotizzato che determinati membri delle compagnie fossero specializzati nell'interpretazione di ruoli femminili.

Se questa interpretazione fosse corretta, potrebbe persino contribuire a spiegare perché nella tradizione del Wing Chun una donna occupi un ruolo così importante nella storia delle origini.

Non abbiamo però prove sufficienti per trasformare questa ipotesi in una certezza.

Rimane, appunto, un'ipotesi.

Ma è una possibilità interessante perché sposta completamente il centro della storia.

Non più un monastero isolato sulle montagne, ma un ambiente urbano, mobile e popolato da artisti, combattenti, ribelli e lavoratori.

Un'arte nata nelle città portuali?

Ed è proprio qui che le caratteristiche tecniche del Wing Chun diventano particolarmente interessanti.

Se immaginiamo la sua evoluzione negli ambienti densamente popolati delle città portuali della Cina meridionale, alcune caratteristiche dello stile acquistano una logica diversa.

In un vicolo stretto non c'è spazio per grandi movimenti.

Su una barca affollata non è possibile utilizzare liberamente ampie tecniche circolari.

In mezzo a una folla, perdere l'equilibrio può essere molto più pericoloso che in uno spazio aperto.

In questi ambienti, tecniche brevi, economiche e rapide avrebbero avuto un evidente vantaggio.

Anche le armi tradizionalmente associate al Wing Chun possono fornire qualche spunto.

I celebri coltelli a farfalla, per esempio, non appartengono necessariamente all'immagine classica dell'arma militare regolare.

E il lungo bastone del Wing Chun presenta caratteristiche che possono far pensare anche a strumenti utilizzati negli ambienti portuali.

Non significa che queste armi dimostrino l'origine urbana dello stile.

Ma contribuiscono a costruire uno scenario coerente.

Esiste poi una teoria ancora più speculativa.

Alcuni studiosi hanno osservato somiglianze tra determinate posizioni del Wing Chun e il pugilato europeo a mani nude dell'Ottocento.

Non esiste una prova chiara che dimostri un contatto diretto.

Ma bisogna ricordare che le città portuali erano luoghi nei quali persone provenienti da culture diverse entravano continuamente in contatto.

Marinai, mercanti, lavoratori, soldati e combattenti si incontravano negli stessi porti.

In un ambiente del genere, uno scambio culturale non sarebbe impossibile.

Dimostrarlo è un'altra cosa.

Ed è proprio qui che bisogna mantenere una distinzione fondamentale: una possibilità storica non è automaticamente un fatto storico.

Dove finisce la storia e dove comincia il mito?

A questo punto rimangono due immagini molto diverse del Wing Chun.

Da una parte abbiamo la tradizione di Ng Mui e Yim Wing Chun: una monaca sopravvissuta alla distruzione dello Shaolin del Sud, un sistema derivato dall'osservazione di serpente e gru e una giovane donna capace di sconfiggere un oppressore grazie a un'arte marziale rivoluzionaria.

Dall'altra abbiamo un'ipotesi molto più complessa.

Un'arte che potrebbe essere emersa gradualmente dall'interazione tra diverse tradizioni marziali della Cina meridionale, dalla Gru Bianca del Fujian, dalle compagnie teatrali itineranti, dalle milizie locali e dagli ambienti urbani delle città portuali.

La seconda ricostruzione è molto meno romantica.

Ma potrebbe essere più vicina al modo in cui le arti marziali si sviluppano realmente.

Gli stili raramente nascono dal nulla.

Più spesso assorbono tecniche, principi e influenze provenienti da ambienti differenti e vengono modificati nel corso delle generazioni.

Il Wing Chun potrebbe quindi non avere avuto un singolo momento di nascita.

Potrebbe essere stato un processo.

Questo non significa che la leggenda di Ng Mui e Yim Wing Chun debba essere semplicemente buttata via.

Un mito non deve essere necessariamente vero in senso storico per essere significativo.

La storia della giovane donna che utilizza tecnica, velocità e intelligenza contro un avversario più forte esprime perfettamente uno dei concetti fondamentali che il Wing Chun ha trasmesso nel tempo: non opporre necessariamente forza alla forza, ma cercare una soluzione più efficiente.

La leggenda, in altre parole, potrebbe essere diventata il racconto ideale attraverso cui spiegare la filosofia dello stile.

Ed è forse questo il motivo per cui ha resistito così a lungo.

Il vero mistero non è soltanto sapere se Ng Mui abbia davvero incontrato una giovane chiamata Yim Wing Chun.

La domanda più interessante è capire quanto della leggenda sia stato costruito per spiegare ciò che il Wing Chun era già diventato.

Perché quando la documentazione storica si fa scarsa, il mito comincia a riempire gli spazi vuoti.

E nel Wing Chun quegli spazi sono ancora numerosi.

La storia dell'arte, quindi, rimane aperta.

Potrebbe esserci stato uno Shaolin del Sud.

Potrebbe esserci stata Ng Mui.

Potrebbe esserci stata Yim Wing Chun.

Oppure queste figure potrebbero rappresentare la personificazione di un processo molto più lungo, nel quale diverse tradizioni della Cina meridionale si sono incontrate, mescolate e trasformate.

Quello che possiamo dire con maggiore sicurezza è che il Wing Chun non è semplicemente la storia di una monaca, di una ragazza e di un gangster.

È il risultato di una storia molto più ampia, nella quale tradizione, folklore, ambiente sociale e pratica marziale si sono probabilmente intrecciati per generazioni.

Ed è proprio questa incertezza, più che la leggenda stessa, a rendere affascinanti le sue origini.


mercoledì 22 gennaio 2025

Oltre il Wing Chun: L'evoluzione di Bruce Lee e la nascita del Jeet Kune Do

 



Il Wing Chun di Bruce Lee era diverso dagli altri stili, anche se l'essenza della sua rivoluzione non risiedeva in una singola tecnica segreta, ma in un completo cambio di paradigma. Lee non si limitò a modificare il Wing Chun; lo utilizzò come trampolino di lancio per creare una filosofia di combattimento che avrebbe infranto le regole stesse delle arti marziali tradizionali: il Jeet Kune Do.

La base marziale di Bruce Lee era indiscutibilmente il Wing Chun, un "soft style" di kung fu appreso sotto la guida del leggendario Gran Maestro Ip Man . Questo stile si concentrava sul combattimento a distanza ravvicinata, utilizzando riflessi rapidi, tempismo e una fondamentale qualità di "rilassamento" per reindirizzare gli attacchi e sbilanciare l'avversario . Lee padroneggiò queste tecniche, diventando un eccellente praticante, ma ben presto iniziò a sentirsi limitato . Trovava che il Wing Chun fosse troppo rigido e formalizzato per essere efficace nel caos di una rissa di strada .

Il punto di svolta decisivo che portò Lee ad abbandonare il Wing Chun puro fu il suo famoso combattimento con Wong Jack Man nel 1964 . Sebbene i resoconti su chi abbia effettivamente vinto lo scontro siano contrastanti, è chiaro che Lee incontrò notevoli difficoltà . Secondo le sue stesse parole, riportate in una sua intervista, il suo avversario, nel tentativo di fuggire, gli voltò le spalle, costringendo Lee a colpirlo da dietro. I suoi pugni contro la parte posteriore della testa gli fecero gonfiare le mani . Fu in quel momento che Lee comprese una verità fondamentale: il Wing Chun, con la sua enfasi sul combattimento a distanza ravvicinata, era "insufficiente" e poco pratico in una situazione reale dove l'avversario non segue le regole .

Questa realizzazione portò Lee a sviluppare il Jeet Kune Do (JKD), che significa "la via del pugno che intercetta" . La sua innovazione più radicale fu che il JKD non doveva essere uno stile rigido, ma una filosofia . L'obiettivo era eliminare la formalizzazione e l'approccio "senza forma" , permettendo al combattente di adattarsi a qualsiasi situazione, proprio come l'acqua si adatta al contenitore che la contiene, il celebre concetto di Lee .

Per rendere il suo sistema più completo ed efficace, Lee incorporò elementi da una vasta gamma di altre discipline. Il suo interesse per la boxe non era nuovo, poiché l'aveva praticata da adolescente, ma la studiò con rinnovato vigore, integrando il gioco di gambe di Muhammad Ali  e i principi della scherma occidentale, del judo e del karate . Il suo obiettivo era assorbire ciò che era utile da qualsiasi fonte, una filosofia che, è simile a quella di altri sistemi ibridi come il Sambo o il Sanda . In molti la considerano il precursore ideologico delle moderne MMA .

La differenza cruciale tra il Wing Chun di Bruce Lee e altri stili, quindi, non stava in un pugno o un calcio, ma nella sua visione. Mentre il Wing Chun tradizionale proponeva un insieme di tecniche e posizioni, il Jeet Kune Do era un invito a liberarsi da esse per trovare ciò che funziona davvero. Come Lee stesso sottolineava, il JKD era "lo stile dell'assenza di stile" . Questo approccio, basato sull'adattabilità e l'efficienza, è ciò che lo rese così speciale, trasformando un eccellente praticante di Wing Chun in un innovatore che ha cambiato per sempre la storia delle arti marziali.



martedì 21 gennaio 2025

Cerchio e linea retta: Come Aikido e Wing Chun affrontano il gigante

 


Quando un avversario è più grande, più pesante e più forte, la strategia di difesa cambia radicalmente. Un combattente non può permettersi di giocare al suo gioco, ma deve trovare il modo di neutralizzare il vantaggio fisico.

Due arti marziali, l’Aikido e il Wing Chun, sono state sviluppate proprio per questo scopo. Entrambe sono nate per combattenti più piccoli che dovevano difendersi da avversari più grandi. Eppure, le loro meccaniche sono diametralmente opposte.

L’Aikido si affida al cerchio, alla fluidità, alla fusione con l’energia dell’avversario. Il Wing Chun si affida alla linea retta, all’efficienza strutturale, all’attacco simultaneo.

Sono due risposte diverse allo stesso problema. E entrambe funzionano, se applicate correttamente.

Vediamo come.


L’Aikido: Il cerchio che inghiotte la forza

L’Aikido, arte marziale giapponese fondata da Morihei Ueshiba, si basa sul concetto di fondersi con l’energia dell’attaccante piuttosto che contrastarla.

Se un avversario massiccio carica o sferra un colpo potente, il praticante di Aikido si sposta dalla linea d’attacco utilizzando un gioco di gambe evasivo noto come tai sabaki. Invece di bloccare il colpo, cattura lo slancio dell’avversario e lo amplifica con un movimento circolare.

Poiché un attaccante pesante ha maggiore inerzia, quella massa diventa uno svantaggio una volta che perde l’equilibrio. L’Aikido sfrutta questo principio attraverso proiezioni e complesse leve articolari, come il kotegaeshi (rotazione del polso) o lo shihonage (proiezione in quattro direzioni), prendendo di mira le piccole articolazioni dei polsi e dei gomiti, dove la massa muscolare di un avversario più grande non offre alcun vantaggio meccanico.

In pratica, l’Aikido non combatte contro la forza. La usa. La forza dell’avversario diventa il carburante della difesa. Più è potente, più è facile reindirizzarla.

La difficoltà dell’Aikido è che richiede spazio, tempo e un controllo preciso. Se l’avversario non segue il movimento circolare, se il praticante non riesce a posizionarsi correttamente, la tecnica fallisce.


Il Wing Chun: La linea retta che spezza

Il Wing Chun, stile di kung fu della Cina meridionale, adotta un approccio radicalmente diverso: efficienza strutturale e immediatezza.

Invece di muoversi in ampi cerchi, i praticanti di Wing Chun dominano la linea centrale, il percorso più breve tra sé stessi e l’avversario. Se un aggressore più grande colpisce, un combattente di Wing Chun non assorbe il colpo né fugge. Al contrario, utilizza deviazioni strutturali, agendo come un cuneo per parare l’attacco e contemporaneamente sferrare un contrattacco.

Il Wing Chun non cerca di “ridirezionare” la forza. La intercetta. Il Tan Sao (mano che devia), il Pak Sao (mano che schiaffeggia), il Bong Sao (mano ad ala): tutte tecniche che deviano l’attacco con un movimento minimo, mantenendo la struttura e colpendo simultaneamente.

Il Wing Chun non si preoccupa della massa dell’avversario. Si preoccupa della sua struttura. Se riesce a spezzare la postura, a colpire il centro, a controllare la linea, la forza dell’avversario diventa irrilevante.

La difficoltà del Wing Chun è che richiede una precisione estrema. Un errore di un centimetro, un momento di esitazione, e il colpo arriva.


Confronto: Tre differenze chiave

1. Gestione della distanza

L’Aikido richiede spazio sufficiente per ruotare, combinare i movimenti ed eseguire proiezioni ampie, spostandosi costantemente verso il “punto cieco” dell’attaccante all’esterno.

Il Wing Chun preferisce ridurre immediatamente la distanza, soffocando la capacità dell’avversario più grande di generare potenza intrappolandogli le braccia in spazi ristretti.

In pratica: l’Aikido si allontana per reindirizzare; il Wing Chun si avvicina per spezzare.


2. Gestione della forza

Un difensore di Aikido accetta la forza di spinta o di trazione dell’attaccante e la amplifica, spingendolo in uno spazio vuoto.

Un difensore di Wing Chun intercetta la forza, utilizzando un preciso allineamento scheletrico per deviare i colpi pesanti senza fare affidamento sulla forza muscolare, aggirando la difesa dell’avversario per contrattaccare nella stessa identica frazione di secondo.

In pratica: l’Aikido usa la forza dell’avversario contro di lui; il Wing Chun la devia e la contrasta.


3. La conclusione

Nell’Aikido, il conflitto si risolve atterrando l’avversario più grande e applicando una presa di immobilizzazione, con l’obiettivo di neutralizzare la minaccia senza causare gravi lesioni.

Il Wing Chun, invece, cerca di sopraffare l’avversario con una serie di pugni rapidi e lineari, mirati a zone vulnerabili e non protette come la gola, il naso o il plesso solare, dove la sola forza bruta non offre alcuna protezione.

In pratica: l’Aikido controlla e neutralizza; il Wing Chun colpisce e distrugge.


Quale funziona meglio?

Non esiste una risposta univoca. Dipende dal contesto, dalle abilità del praticante, e dalla situazione.

L’Aikido è efficace contro un avversario che carica, che si lancia, che è aggressivo. È meno efficace contro un avversario che si muove lentamente, che non offre slancio da sfruttare.

Il Wing Chun è efficace a distanza ravvicinata, contro un avversario che colpisce. È meno efficace se l’avversario si tiene a distanza, se usa calci, se non permette il contatto.

Entrambe le arti sono strumenti. Nessuna è perfetta. Nessuna è universale.


L’Aikido mira a trasformare lo slancio di un gigante nella sua stessa rovina attraverso una ridirezione fluida, mentre il Wing Chun mira a smantellarlo strutturalmente con implacabile precisione geometrica.

Sono due modi diversi di affrontare lo stesso problema. Entrambi richiedono anni di pratica, disciplina e dedizione. Entrambi possono funzionare, se applicati correttamente.

La scelta tra l’uno e l’altro non è una questione di “qual è il migliore”. È una questione di “qual è più adatto a te, al tuo corpo, al tuo contesto, al tuo stile di combattimento”.

Perché, alla fine, la difesa contro un avversario più grande non è solo tecnica. È filosofia. È adattamento. È la capacità di trasformare la debolezza in forza.


lunedì 20 gennaio 2025

L’arte di non essere toccati: Perché il Wing Chun ha bisogno della boxe

 



Il jab di un pugile esperto scatta e si ritrae in una frazione di secondo. Per un praticante di Wing Chun, addestrato a intrappolare i pugni, questa singola meccanica spezza istantaneamente il ritmo. Fare sparring con un pugile occidentale è uno dei modi più efficaci per mettere alla prova e affinare le proprie capacità difensive, in particolare contro colpi veloci e imprevedibili.

Il Wing Chun è un sistema geniale. La sua teoria della linea centrale, le sue parate strutturali, il suo Chi Sau: tutto è progettato per controllare l’avversario a distanza ravvicinata. Ma c’è un problema. Troppo spesso, i praticanti di Wing Chun si allenano solo contro altri praticanti di Wing Chun. Si crea un ambiente chiuso, in cui gli attacchi sono prevedibili e i pugni vengono prolungati quel tanto che basta per tendere una trappola.

Poi, un giorno, incontrano un pugile. E scoprono che il loro sistema, che funzionava così bene contro altri praticanti di Wing Chun, non funziona contro un avversario che colpisce da fuori, che non lascia nulla da intrappolare, e che si ritrae prima che possano reagire.

Ecco perché allenarsi con i pugili è essenziale per un praticante di Wing Chun. Non per “tradire” il sistema. Ma per testarlo. Per scoprire cosa funziona e cosa no. Per adattarsi alla velocità reale.

Vediamo come.

Il Wing Chun è un’arte marziale progettata per il combattimento a distanza ravvicinata. Le sue tecniche – Tan Sao, Bong Sao, Pak Sao, Lop Sao – sono efficaci quando l’avversario è a portata di mano, quando i suoi colpi sono lineari e quando le sue mani rimangono in gioco.

Ma i pugili non combattono così. I pugili usano il jab per colpire e ritrarsi. Usano il gancio per aggirare la guardia. Usano il footwork laterale per creare angoli. Non cercano il “contatto”. Cercano la distanza.

Il praticante di Wing Chun, abituato a combattere in un sistema chiuso, spesso non è preparato a questo. Quando il suo avversario non segue le regole del Chi Sau, quando i suoi colpi non restano abbastanza a lungo per essere intrappolati, il suo sistema si sgretola.

Ecco perché il confronto con i pugili è fondamentale. Perché rompe l’illusione di un sistema perfetto e costringe il praticante a confrontarsi con la realtà del combattimento.

La prima lezione che un praticante di Wing Chun impara quando combatte contro un pugile è che l’intrappolamento non funziona. Le mani di un pugile si ritraggono istantaneamente. Non c’è tempo per afferrare, per “sentire”, per controllare.

Il praticante deve adattare le sue deviazioni – come il Pak Sao (mano schiaffeggiante) o il Tan Sao (mano con il palmo rivolto verso l’alto) – per reindirizzare la forza in arrivo e contrattaccare immediatamente, affidandosi agli angoli strutturali piuttosto che alle prese.

Non si tratta più di “intrappolare”. Si tratta di deviare. Di spostare il pugno di pochi centimetri, quel tanto che basta per evitarlo, e di colpire subito dopo.

Questo è un cambiamento fondamentale. Richiede una diversa mentalità, una diversa sensibilità, una diversa velocità.

Gli esercizi tradizionali del Wing Chun spesso si concentrano sulla difesa da singoli colpi decisi. L’avversario tira un pugno, il difensore para, contrattacca.

I pugili, invece, sferrano combinazioni rapide: jab-gancio, jab-diretto-gancio. Difendersi da queste richiede al praticante di Wing Chun di concatenare fluidamente le parate e di mantenere le mani costantemente attive, piuttosto che ammirare una prima parata riuscita.

Il praticante deve imparare a parare, a spostare il peso, a rispondere. Non c’è tempo per una pausa tra un colpo e l’altro. La difesa deve essere continua, fluida, automatica.

Il confronto con un pugile insegna questo. Insegna a non fermarsi dopo una parata. Insegna a continuare a muoversi.

I pugili sono maestri della “tasca”, il limite preciso della portata di attacco. Sanno esattamente a che distanza possono colpire senza essere colpiti. Usano il jab per mantenere questa distanza, per controllare il ritmo.

Il praticante di Wing Chun, abituato a combattere a distanza ravvicinata, deve imparare a colmare questa distanza senza essere colpito. Deve usare il footwork laterale, i cambi di angolo, le finte.

Non può limitarsi ad avanzare dritto, come farebbe contro un altro praticante di Wing Chun. Deve muoversi lateralmente, cambiare direzione, creare aperture.

Il confronto con un pugile insegna questo. Insegna a gestire la distanza, a entrare in sicurezza, a non essere un bersaglio.

Il jab di un pugile è uno dei colpi più veloci nel combattimento. Arriva senza preavviso, colpisce e si ritrae. Per un praticante di Wing Chun, che non è abituato a questa velocità, è uno shock.

Ma lo shock è utile. Costringe il praticante a sviluppare riflessi più veloci, a leggere i segnali pre-attacco, a reagire prima che il colpo arrivi.

Il confronto con la velocità di un pugile è un acceleratore di apprendimento. Non c’è modo di imparare a difendersi da un jab veloce se non lo si è mai affrontato.

L’allenamento incrociato non diluisce l’arte tradizionale, bensì la affina. Confrontandosi con la velocità, il gioco di gambe e i meccanismi di retrazione della boxe, i praticanti di Wing Chun si spogliano dei presupposti teorici e imparano esattamente come la loro difesa strutturale resiste alla velocità inaspettata.

Il Wing Chun è un sistema efficace. Ma è efficace solo se viene testato. Se rimane chiuso in una bolla di Chi Sau, diventa una danza, non un’arte marziale.

Il confronto con i pugili è il modo migliore per rompere questa bolla. È il modo per scoprire cosa funziona e cosa no. È il modo per adattare il sistema alla realtà del combattimento.

Il Wing Chun non è un sistema perfetto. Ha punti deboli. E il più grande di questi è la sua tendenza a diventare un sistema chiuso, a perdersi in esercizi che non riflettono la realtà del combattimento.

L’allenamento con i pugili è il rimedio a questo. Costringe il praticante a confrontarsi con la velocità, la potenza, il footwork di un avversario che non segue le regole del Wing Chun.

E, nel farlo, rende il Wing Chun più forte. Più adattabile. Più efficace.

Non è un tradimento. È un’evoluzione. È il modo in cui un’arte marziale rimane viva.


domenica 19 gennaio 2025

La cintura che non c’era: Perché il Wing Chun occidentale ha inventato i gradi

 



Immaginate di entrare in un dojo tradizionale di Wing Chun a Hong Kong negli anni ’50. Non vedete cinture colorate, non vedete uniformi standardizzate. Gli studenti si allenano in abiti di tutti i giorni. Il maestro conosce ogni allievo per nome e sa esattamente a che punto è del suo apprendimento. Non c’è bisogno di un pezzo di stoffa per dirlo.

Oggi, in Occidente, la stessa scena è irriconoscibile. Lo studente indossa una maglietta con il logo della scuola, una fascia colorata, e un sistema di gradi numerati che scandisce il suo avanzamento.

Cos’è successo? Il Wing Chun ha tradito le sue radici? O si è semplicemente adattato al mercato occidentale?

Vediamo perché le scuole di Wing Chun in Occidente hanno adottato un sistema di gradi, e cosa significa per l’arte marziale.

Nel Wing Chun tradizionale, il grado non era indicato da una fascia colorata, ma dalla posizione nell’albero genealogico delle arti marziali.

In origine, lo status di uno studente era determinato da una gerarchia familiare: l’istruttore era il Sifu (padre/maestro), uno studente più anziano era un Sihing (fratello maggiore) e uno studente più giovane era un Sidai (fratello minore). La propria posizione dipendeva da quando ci si univa alla scuola e dal proprio livello di abilità.

Non c’erano esami formali, non c’erano cinture, non c’erano certificati. Il maestro sapeva chi era pronto per la prossima fase, e lo comunicava. Era un sistema basato sulla fiducia, sulla conoscenza diretta, sul rapporto personale.

Funzionava quando la scuola era piccola. Quando il maestro conosceva ogni allievo. Quando il numero di studenti era gestibile.

Poi, il Wing Chun arrivò in Occidente. E tutto cambiò.

I consumatori occidentali si erano avvicinati alle arti marziali asiatiche principalmente attraverso il Judo, il Karate e il Taekwondo. Questi sistemi giapponesi e coreani avevano adottato il sistema di cinture colorate Kyu/Dan, inventato dal fondatore del Judo Jigoro Kano negli anni 1880, che era diventato culturalmente sinonimo di progresso nelle arti marziali.

Gli studenti occidentali che entravano in una scuola di Wing Chun si aspettavano di ottenere un segno visibile del loro avanzamento. Volevano sapere a che punto erano. Volevano vedere un progresso tangibile. Volevano indossare una cintura che dimostrasse il loro impegno.

Il Wing Chun, che non aveva un sistema di gradi, sembrava “incompleto”. Sembrava meno serio. Sembrava meno professionale.

Per soddisfare queste aspettative del mercato, molte importanti scuole di Wing Chun hanno introdotto fasce, magliette con loghi colorati o gradi numerati per gli allievi.

Questo adattamento ha svolto un ruolo pedagogico fondamentale con la crescita delle organizzazioni. In un contesto tradizionale, un maestro insegnava a un piccolo gruppo di allievi e conosceva i progressi di ciascuno.

Ma con l’espansione delle organizzazioni internazionali, che ora comprendono centinaia di scuole e migliaia di studenti, si è reso necessario un programma di studi standardizzato.

La suddivisione delle forme del sistema (come Siu Nim Tao e Chum Kiu) e l’approfondimento in distinti “gradi di allievo” hanno garantito che un istruttore a Londra e un istruttore a Berlino insegnassero esattamente lo stesso materiale nello stesso ordine.

Il sistema di gradi non è solo una “carota” per lo studente. È una griglia di qualità. Garantisce che ciò che viene insegnato a Londra sia lo stesso che viene insegnato a Berlino. Garantisce che uno studente che si trasferisce da una scuola all’altra non si trovi in un sistema completamente diverso.

I sistemi di valutazione forniscono anche obiettivi a breve termine che migliorano la fidelizzazione degli studenti. Imparare le posizioni fondamentali e la teoria della linea centrale del Wing Chun richiede anni e, senza traguardi intermedi, gli studenti moderni perdono facilmente la motivazione.

Un programma di studi strutturato trasforma un percorso che dura tutta la vita in una serie di obiettivi raggiungibili. Ogni grado è una piccola vittoria. Ogni cintura è un segno di progresso. Questo mantiene gli studenti impegnati, motivati, e meno propensi ad abbandonare.

Inoltre, le tasse per i test periodici forniscono un flusso di entrate costante che permette alle scuole private di rimanere aperte. In un sistema capitalistico, le scuole di arti marziali devono pagare l’affitto, gli stipendi, le assicurazioni. Il sistema di gradi, in molti casi, è ciò che permette alla scuola di sopravvivere.

La critica: Il sistema di gradi è un tradimento?

Molti tradizionalisti criticano il sistema di gradi occidentale. Lo vedono come una commercializzazione, una perdita di purezza, un’americanizzazione del Wing Chun.

E in parte, hanno ragione. Il sistema di gradi può diventare un fine, non un mezzo. Può diventare una corsa alla cintura, non un percorso di apprendimento. Può diventare un modo per vendere esami, non per insegnare arte marziale.

Ma i sostenitori del sistema rispondono che il Wing Chun tradizionale si basava su un contesto culturale che non esiste più. Il rapporto maestro-allievo, la gerarchia familiare, la fiducia del maestro: tutto questo funzionava in una Cina rurale, con piccole comunità. Non funziona in una scuola moderna, con centinaia di studenti, in una grande città occidentale.

Il sistema di gradi non è un tradimento. È un adattamento. È il modo in cui il Wing Chun è sopravvissuto e si è diffuso in un mondo diverso.

Alla fine, la cintura non è l’arte. La cintura è un segno. Un segno che lo studente ha completato una parte del percorso. Ma il percorso, quello vero, è fatto di anni di pratica, di sudore, di dedizione.

Il sistema di gradi è uno strumento. Può essere usato bene o male. Può diventare una gabbia o una guida. Può essere un fine o un mezzo.

Il Wing Chun tradizionale non aveva cinture. Ma aveva un sistema di fiducia. Il Wing Chun occidentale ha le cinture. Ma ha anche un sistema di standardizzazione.

Non c’è un modo “giusto” o “sbagliato”. C’è solo il modo che funziona per il contesto. E in Occidente, il sistema di gradi ha funzionato. Ha permesso al Wing Chun di diffondersi, di crescere, di sopravvivere.

La vera sfida non è la cintura. È non dimenticare che la cintura è solo un pezzo di stoffa. E che l’arte marziale, quella vera, è fatta di altro.



sabato 18 gennaio 2025

Ip Man e Bruce Lee: Maestri, Allievi e Fratelli d'Arte

 



Il rapporto tra il leggendario maestro di Wing Chun, Ip Man, e il suo allievo più famoso, Bruce Lee, è uno degli argomenti più affascinanti e dibattuti nel mondo delle arti marziali. Spesso avvolto da miti cinematografici, la realtà storica del loro legame è quella di un rapporto profondo e complesso, fondato sul rispetto reciproco e sulla passione per il combattimento, che ha superato le barriere culturali e le incomprensioni.

Il loro legame ebbe inizio nel 1956, quando un sedicenne Bruce Lee, noto per le risse di strada e la sua personalità ribelle, bussò alla porta della scuola di Ip Man a Hong Kong . A differenza di quanto mostrato in alcuni film, Ip Man non prese immediatamente Lee sotto la sua ala protettrice. Inizialmente, affidò l'addestramento del ragazzo, che all'epoca era più interessato a imparare a combattere che alla filosofia marziale, al suo allievo più anziano e esperto, Wong Shun Leung . Ip Man osservava e, quando Lee mostrò progresso e dedizione, iniziò a insegnargli personalmente, guidandolo verso una comprensione più profonda del Wing Chun che andava oltre la mera tecnica di combattimento .

Uno degli aspetti più significativi del rapporto tra i due fu il modo in cui Ip Man si oppose alle convenzioni sociali del tempo. La scuola di Wing Chun era composta da studenti cinesi, e molti di loro si opposero all'idea che un "mezzo-sangue" (Lee era di origine cinese e caucasica) potesse apprendere l'arte marziale cinese . Ip Man, tuttavia, rifiutò le pressioni e scelse di continuare a insegnare a Lee, dimostrando che il suo valore come maestro era quello di trasmettere la conoscenza a chiunque fosse veramente dedito, al di là della sua etnia .

Il contributo di Ip Man a Bruce Lee andò ben oltre l'insegnamento delle tecniche del Wing Chun. Ip Man instillò in lui i principi filosofici che avrebbero poi plasmato la sua arte marziale e la sua visione della vita. Come raccontato da testimoni, Ip Man insegnava ai suoi studenti a controllare la rabbia e a usare le loro abilità per evitare i conflitti piuttosto che per provocarli, dicendo: "Stai imparando il kung fu, non come combattere" . Questi insegnamenti sono all'origine della famosa filosofia di Bruce Lee: "Sii acqua, amico mio" . Anche quando Lee divenne una star a Hollywood, tornava a Hong Kong per allenarsi con il suo vecchio maestro, a dimostrazione della stima che nutriva per lui .

La forza e la natura autentica del loro legame sono simbolicamente racchiuse in alcune fotografie storiche che li ritraggono insieme . Una di queste, scattata intorno al 1955, li mostra mentre si allenano, con Ip Man che osserva con attenzione il giovane Lee mentre pratica su un manichino di legno. Queste immagini sono la prova tangibile di un rapporto che è stato in grado di superare i conflitti e le incomprensioni, gettando le basi per la leggenda del "Drago" e confermando la grandezza del suo maestro.

Contrariamente ai pettegolezzi di una presunta rottura, il loro rapporto rimase forte fino alla fine. Quando Ip Man morì nel 1972, Lee non era presente al funerale , ma non per mancanza di rispetto: non gli era stato comunicato l'accaduto da alcuni studenti gelosi. Non appena lo seppe, Lee partecipò alla veglia funebre, dimostrando il suo affetto e rispetto per il maestro che lo aveva formato .