Nel duello fantasy esiste un'immagine ricorrente: da una parte il guerriero furioso, che urla, avanza e colpisce con tutta la forza possibile; dall'altra il combattente apparentemente impassibile, quasi annoiato, che aspetta.
Quando il primo attacca, il secondo si sposta di pochi centimetri.
Quando arriva il secondo colpo, si sposta ancora.
Poi improvvisamente contrattacca.
La scena funziona perché contiene una verità fondamentale sul combattimento: l'aggressività e l'efficacia non sono la stessa cosa.
Un combattente aggressivo può essere estremamente pericoloso. L'aggressività può produrre iniziativa, pressione, velocità e capacità di imporre il ritmo. Ma quando diventa incontrollata, crea anche prevedibilità.
Il problema non è la rabbia in sé.
È perdere la capacità di scegliere.
Immaginiamo due guerrieri.
Il primo vuole colpire.
Il secondo vuole capire quando il primo deve colpire.
La differenza sembra minima, ma cambia completamente il combattimento.
Il combattente aggressivo tende a concentrare la propria attenzione sull'obiettivo: devo colpirlo.
Quello calmo può invece mantenere un'attenzione più ampia: distanza, piedi, bacino, spalle, posizione dell'arma, equilibrio e soprattutto possibilità di uscita.
Non sta necessariamente reagendo più velocemente.
Sta cercando di leggere prima.
E questa è una distinzione fondamentale.
Un pugno o un fendente non nasce nel momento in cui la mano parte. Il corpo deve prepararlo. Cambia la distribuzione del peso, si muovono gambe e bacino, le spalle partecipano al movimento.
Un combattente esperto può imparare a riconoscere questi segnali.
Non significa prevedere magicamente il futuro.
Significa leggere una sequenza che è già cominciata.
Qui entra in gioco l'economia del movimento.
Il combattente inesperto tende spesso a concepire difesa e attacco come due azioni separate e spettacolari.
Attacco.
Poi difesa.
Poi contrattacco.
Il combattente più raffinato cerca invece di sovrapporre le azioni.
Un piccolo spostamento può contemporaneamente evitare il colpo, modificare l'angolo e creare una linea d'attacco.
Una parata può diventare un controllo dell'arma.
Un passo indietro può costringere l'avversario a estendere eccessivamente il proprio movimento.
Non occorre necessariamente essere più veloce.
Occorre fare meno strada.
Questa è una delle ragioni per cui il combattente calmo può apparire quasi lento a chi osserva dall'esterno.
Non sta correndo dietro al combattimento.
Sta cercando di non sprecare movimento.
Ed è qui che l'aggressività può diventare una trappola.
Un uomo che continua ad avanzare può avere l'impressione di controllare il duello.
Ma avanzare non significa necessariamente controllare.
Il vero controllo appartiene a chi determina distanza, ritmo e momento del contatto.
Se io arretrato di mezzo passo e tu devi compiere un passo intero per raggiungermi, non hai necessariamente guadagnato terreno.
Potrei averti semplicemente invitato a entrare nella distanza che mi interessa.
È una forma di controllo molto più sottile della semplice pressione.
E funziona particolarmente bene quando l'aggressore comincia a confondere movimento con risultato.
Attacca.
L'avversario evita.
Attacca ancora.
L'avversario devia.
Ancora.
Ancora.
A quel punto può accadere qualcosa di pericoloso: l'aggressore aumenta l'intensità proprio perché non sta ottenendo il risultato che desidera.
Ed è esattamente ciò che il combattente calmo può aspettare.
Non deve necessariamente provocarlo.
Gli basta non offrirgli ciò che cerca.
Un aggressore che vuole una collisione può essere frustrato da un avversario che continua a negargliela.
E la frustrazione può generare errori.
Non perché la rabbia trasformi automaticamente un uomo in un idiota, ma perché un combattimento richiede attenzione continua. Più risorse vengono consumate nel tentativo di imporre una determinata azione, meno libertà rimane per riconoscere ciò che sta realmente accadendo.
Questa è anche la ragione per cui il concetto di economia energetica è più interessante della semplice "calma".
Un combattente calmo non deve necessariamente essere passivo.
Può essere aggressivo in modo estremamente controllato.
Può attaccare improvvisamente.
Può accelerare.
Può interrompere.
Può cambiare ritmo.
La differenza è che non permette all'emozione di scegliere al posto suo.
Questo è importante anche perché il mito della calma può diventare l'errore opposto.
Un combattente troppo rilassato può essere semplicemente lento.
Uno che aspetta sempre può lasciare l'iniziativa all'avversario.
Uno che crede di essere "imperturbabile" può essere sorpreso.
La calma non è una tecnica.
È una condizione che permette di applicare meglio le tecniche già possedute.
E senza abilità reali, la calma da sola non salva nessuno.
Un principiante tranquillo non diventa automaticamente superiore a un combattente esperto soltanto perché mantiene un'espressione impassibile.
La vera combinazione è un'altra: calma + percezione + tecnica + tempismo + capacità di adattamento.
A quel punto la psicologia diventa parte del combattimento.
Il combattente aggressivo spesso cerca una reazione.
Vuole paura.
Vuole arretramento.
Vuole uno scontro frontale.
Vuole che l'altro risponda alla sua intensità.
Il combattente calmo può invece rifiutare tutte queste condizioni.
Non scappa.
Non si precipita.
Non si irrigidisce.
Non risponde alla rabbia con altra rabbia.
Semplicemente continua a osservare.
Questo può essere destabilizzante.
Ma anche qui bisogna evitare la versione cinematografica.
Non basta fissare l'avversario in silenzio perché improvvisamente perda la testa.
Un combattente esperto può essere aggressivo senza essere emotivamente incontrollato.
La vera opposizione non è quindi calmo contro arrabbiato.
È controllato contro incontrollato.
Un uomo può combattere con enorme aggressività mantenendo lucidità.
E un uomo apparentemente tranquillo può perdere completamente il controllo nel momento decisivo.
La differenza sta nella capacità di mantenere il processo decisionale sotto pressione.
Per questo, nei duelli fantasy costruiti bene, il combattente più interessante non è quello che "non prova emozioni".
È quello che non permette alle emozioni di comandare il corpo.
La paura può esserci.
La rabbia può esserci.
L'adrenalina può esserci.
Ma il combattente continua a scegliere.
Ed è questa la vera pericolosità della calma.
Non l'assenza di violenza.
Non la lentezza.
Non la superiorità mistica.
La capacità di non regalare all'avversario il proprio ritmo.
Il guerriero furioso vuole imporre il proprio combattimento.
Il guerriero disciplinato cerca di imporre le condizioni.
Sono due cose molto diverse.
Il primo dice: "Ti distruggerò."
Il secondo pensa: "Vediamo cosa mi dai."
E quando finalmente l'altro si muove, non deve necessariamente rispondere con un'esplosione.
Può bastare un passo.
Un angolo.
Una deviazione.
Una frazione di secondo.
Perché nel combattimento, spesso, il vantaggio non appartiene a chi fa di più.
Appartiene a chi costringe l'altro a fare di più di quanto avrebbe voluto.
Cesio Endrizzi