La domanda arriva dritta come un pugno al plesso solare: quanti punti di pressione si studiano nel Wing Chun?
Chi la fa cerca un numero. Cerca una lista. Cerca quella rassicurante certezza che viene dal poter dire "ne so dieci, ne so venti, ne so cento". Vuole chiudere l'argomento in una cifra, infilarlo in una tasca e tornare a casa convinto di aver capito.
Peccato che il Wing Chun non funzioni così. Peccato che il corpo umano non funzioni così. Peccato che il dolore, quello vero, quello che ti piega in due e ti fa vomitare l'anima, non abbia mai avuto bisogno di un numero per esistere.
Ma siccome la domanda è stata fatta, merita una risposta. Non quella che vuoi sentire. Quella che devi sentire.
Partiamo dalle cifre, giusto per mettere una pietra sopra alla questione numerica.
Secondo i testi classici, quelli che i maestri tengono nascosti e mostrano solo a chi ha già le mani sporche di anni di sacrificio, i punti di pressione studiati nel Wing Chun si aggirano intorno ai 108. Centootto punti sparsi per il corpo come tappe di un viaggio che non vorresti mai fare.
Ma questo è il conto totale, quello che include tutto: punti principali, punti secondari, punti che si attivano solo in certe fasi lunari e punti che funzionano solo se colpiti con la giusta angolazione, al millesimo di secondo giusto, con l'intensità giusta.
La verità è che nella pratica quotidiana, quella che sporca il pavimento della palestra di sudore e a volte di sangue, i punti che impari a usare davvero sono molto meno. Una scuola italiana, la Scuola Tao, ne elenca esplicitamente 12 come fondamentali per la difesa personale . Dodici punti strategici, posizionati come sentinelle lungo il corpo: tempie, occhi, gola, plesso solare, reni, inguine. Posti dove un colpo ben assestato non lascia scampo.
Poi ci sono i 32 meridiani dell'agopuntura, quelli che il Granmaster William Cheung descrive nel suo How to Develop Chi Power . Trentadue autostrade di energia vitale, di sangue, di nervi, di respiro. Il Wing Chun non li studia per curarti. Li studia per sapere esattamente dove interrompere il flusso, dove creare l'ingorgo, dove far saltare la diga.
E infine c'è il Wing Chun Compendium di Wayne Belonoha, settimo livello, discepolo diretto della linea di Ip Man. Nel suo libro, uno dei più completi mai scritti su quest'arte, dedica un'intera sezione ai punti di pressione. Non per fare un elenco, ma per spiegare come si usano. Perché la differenza tra sapere dove colpire e sapere come colpire è la differenza tra un bambino che indica una mappa e un uomo che ti spezza le gambe.
Ma tutto questo, tutte queste cifre, questi elenchi, queste liste, valgono esattamente il nulla cosmico se non capisci una cosa fondamentale.
I punti di pressione non esistono.
Non nel modo in cui pensi. Non sono interruttori che aspettano solo di essere premuti. Non sono bottoni magici che, se schiacciati nell'ordine giusto, fanno crollare l'avversario come un pupazzo a cui hanno tagliato i fili.
I punti di pressione sono zone. Sono aree. Sono regioni del corpo dove i nervi si avvicinano alla superficie, dove i vasi sanguigni passano più scoperti, dove le ossa sono meno protette. Colpire un punto di pressione non significa infilare un dito in un buco esatto al millimetro. Significa colpire una zona con la consapevolezza che lì dentro c'è roba fragile, roba che sanguina, roba che se la tocchi nel modo sbagliato smette di funzionare.
Il Wing Chun lo sa. Per questo non insegna "il punto 37, a tre dita dal gomito, leggermente verso l'interno". Insegna la linea centrale. Insegna a mantenere la struttura. Insegna a sentire l'intenzione dell'avversario. Perché se hai tutto questo, i punti vengono da soli. Se sei nella posizione giusta, alla distanza giusta, con la forza giusta, qualsiasi cosa colpirai sarà il punto giusto.
C'è una trappola in cui cadono tutti quelli che si avvicinano ai punti di pressione. La chiamano "paralisi da analisi". È quella malattia che porta a passare ore a studiare mappe, a memorizzare nomi, a disegnare linee sul corpo, convinti che la conoscenza sia potere.
Non lo è. Mai lo è stata.
La conoscenza senza la capacità di applicarla è solo un peso in più. Sapere dove si trova il plesso solare non ti serve a niente se non sai come arrivarci. Sapere che colpire i reni fa cadere un uomo non ti serve a niente se non hai la struttura per resistere al suo contrattacco. Sapere che la tempia è un punto vulnerabile non ti serve a niente se lui ti ha già preso per il collo.
I veri maestri di Wing Chun, quelli che hanno visto cose che tu non vedrai mai, non parlano mai di numeri. Parlano di sensazioni. Parlano di come il corpo dell'altro diventa trasparente dopo anni di pratica. Parlano di come impari a vedere i punti di pressione senza pensarci, come vedi la porta prima di attraversarla.
Detto questo, se proprio vuoi una lista, se proprio hai bisogno di appoggiarti a qualcosa di concreto mentre cammini nel buio, ecco come i punti di pressione si dividono veramente. Non per numeri, ma per importanza. Per gerarchia. Per quello che fanno quando li colpisci.
In cima ci sono i punti letali. Quelli che, se colpiti con la forza giusta, con l'angolazione giusta, con l'intenzione giusta, possono uccidere. Sono pochi. Tempie, gola, base del cranio, colonna vertebrale in certi punti. Sono i punti che i maestri insegnano per ultimi, perché una volta che sai quelli, la responsabilità diventa quasi insopportabile.
Poi ci sono i punti debilitanti. Plesso solare, reni, fegato, milza, inguine. Colpire lì non uccide, ma toglie la voglia di continuare. Piega in due. Svuota i polmoni. Fa venire voglia di stare fermi, di non respirare, di sparire. In uno scontro vero, spesso sono più utili di quelli letali. Perché un uomo che cade in ginocchio e vomita è un problema risolto senza doversi portare un cadavere sulla coscienza.
Poi ci sono i punti di controllo. Gomiti, spalle, ginocchia, polsi. Quelli che non fanno male come gli altri, ma che ti permettono di guidare il corpo dell'avversario come un burattino. Li usi per sbilanciare, per deviare, per portare l'altro dove vuoi tu. Sono i punti del Wing Chun più puro, quelli che trasformano il combattimento in una danza dove tu tieni il ritmo e l'altro ci inciampa sopra.
E infine ci sono i punti di distrazione. Tutti gli altri. Quelli che colpisci non per fare danno, ma per far sì che l'altro pensi a proteggersi lì, lasciando scoperto il posto dove vuoi colpire davvero. Sono i punti dei finti, dei fintoni, dei furbi. Quelli che sanno che il dolore è anche un'ottima scusa per distrarsi.
Alla fine, dopo anni di pratica, dopo notti passate a sentire il corpo che fa male, dopo aver visto e subito colpi che non dimenticherai mai, impari che il numero vero è un altro.
Non quanti punti conosci. Non quanti ne hai studiati sui libri. Non quanti ne hai memorizzati.
Ma quanti ne sai colpire senza pensarci.
In uno scontro vero, in quel secondo e mezzo in cui si decide tutto, non hai tempo di ricordare. Non hai tempo di pensare "questo è il punto 47, nervo femorale, angolazione di trenta gradi". In quel secondo e mezzo, o il tuo corpo sa dove andare, o vai a casa con le ossa rotte.
Il Wing Chun lo sa. Per questo non insegna numeri. Insegna movimenti. Insegna sensazioni. Insegna a stare in piedi quando tutto intorno crolla. Perché se stai in piedi, se mantieni la linea, se senti il respiro dell'altro, i punti li trovi da soli. Vengono a cercarti. Si offrono. Si aprono come fiori marci davanti a chi sa aspettare.
C'è un'ultima cosa che nessuno dice, quando si parla di punti di pressione. Una cosa sporca, brutale, che tutti sanno ma nessuno racconta.
Imparare i punti di pressione è come imparare a usare una pistola. Una volta che sai, non puoi più non sapere. Una volta che hai visto come si spegne un uomo con un dito, come si piega su se stesso come un castello di carte, come il respiro se ne va via senza preavviso... quella cosa non te la togli più dalla testa.
I maestri veri, quelli che hanno trasmesso il Wing Chun per generazioni, lo sanno. Per questo sono così attenti a chi insegnano. Per questo guardano gli occhi prima ancora delle mani. Perché sanno che la conoscenza dei punti di pressione non è un diritto. È un peso. È una croce. È una responsabilità che ti porti dietro ogni volta che chiudi gli occhi la sera.
Nel Wing Chun si studiano centootto punti. Trentadue meridiani. Dodici zone strategiche. Ma quello che si impara davvero è una cosa sola: che il corpo umano è fragile come il vetro, e che una volta che impari a romperlo, niente sarà più come prima.
Questa è la vera mappa del dolore. Non quella che ti dice dove colpire. Quella che ti dice cosa diventi, dopo che l'hai fatto.