C'è una frase che riassume abbastanza bene il problema: non puoi intrappolare un arto che non è più lì.
Il problema non è che il trapping del Wing Chun sia “falso”. Il problema è capire quando esiste realmente la situazione che permette di utilizzarlo.
Un praticante di Wing Chun può passare anni ad allenare pak sao, lap sao, controllo della linea centrale e tutte quelle situazioni nelle quali un contatto con l'arto dell'avversario permette di deviarlo, controllarlo o utilizzarlo per creare un'apertura.
È un lavoro che ha una logica precisa.
Il chi sao, per esempio, sviluppa sensibilità tattile e capacità di reagire alla pressione e alla posizione dell'altro attraverso il contatto. Il mu ren zhuang, il manichino di legno, permette di ripetere migliaia di volte determinate traiettorie e relazioni spaziali.
Il problema nasce quando si passa dall'esercizio al combattimento contro qualcuno che non collabora con la situazione richiesta dalla tecnica.
Ed è qui che entra il pugile.
Un pugile non ha alcun interesse a lasciare il proprio braccio davanti all'avversario abbastanza a lungo da permettergli di costruire una bella sequenza di trapping.
Tira il jab.
Colpisce o manca.
E la mano torna rapidamente in guardia.
Oppure arriva il diretto.
Il pugno viene ritirato.
Nel frattempo il pugile può spostare la testa, cambiare angolo, fare un passo laterale, arretrare o entrare nuovamente.
Il bersaglio, insomma, non rimane fermo ad aspettare che la tecnica venga completata.
Ed è questo che rende il confronto interessante.
Il problema del trapping non è necessariamente la tecnica in sé.
È il tempo.
Per controllare un braccio devi prima riuscire a stabilire un contatto sufficientemente utile. Poi devi riuscire a mantenerlo per una frazione di tempo abbastanza lunga da trasformarlo in controllo.
Un pugile esperto cerca invece di rendere quel contatto breve, discontinuo e difficile da prevedere.
È una differenza fondamentale.
Nel Wing Chun tradizionale l'allenamento può sviluppare una grande familiarità con situazioni di contatto continuo. Il chi sao è costruito proprio intorno a questa relazione.
Ma un pugile non combatte facendo chi sao.
Il suo obiettivo non è mantenere una connessione tattile con le braccia dell'avversario.
È colpire senza essere colpito.
E questo cambia completamente il problema.
C'è poi una questione ancora più importante: il gioco di gambe.
Il pugile non è soltanto una coppia di braccia che arriva davanti al volto.
È un bersaglio che cambia continuamente posizione.
Può entrare e uscire dalla distanza. Può spostarsi lateralmente. Può cambiare angolo dopo il colpo. Può usare finte per provocare una reazione e colpire quando l'avversario reagisce alla finta.
Quindi il praticante di Wing Chun non deve semplicemente “prendere il pugno”.
Deve prima intercettare un bersaglio in movimento, stabilire il contatto e impedire che quel contatto venga immediatamente perso.
Ed è molto più difficile.
Anche i guantoni cambiano la situazione.
Molte tecniche tradizionali di controllo della mano e dell'avambraccio sono state sviluppate in un contesto a mani nude. Con le mani nude esistono possibilità di presa, controllo delle dita e manipolazione del polso che non sono disponibili nello stesso modo quando entrambe le persone indossano guantoni da boxe.
Questo non significa che il trapping scompaia.
Significa che deve cambiare.
Ed è qui che la realtà degli sport da combattimento moderni diventa interessante.
Elementi riconducibili al controllo delle mani esistono ancora nella boxe, nella kickboxing e nelle MMA. Un combattente può controllare brevemente un guanto, occupare il bicipite dell'avversario, impedire per un istante un movimento o utilizzare il contatto per creare lo spazio necessario a un colpo.
Ma sono momenti brevissimi.
Non assomigliano necessariamente alle lunghe sequenze di trapping che si vedono durante un esercizio tecnico.
Perché?
Perché l'avversario non sta collaborando.
Ed è probabilmente questa la lezione più importante.
Una tecnica marziale non dovrebbe essere giudicata soltanto osservando quanto bene funziona durante l'esercizio nel quale è stata progettata.
Bisogna chiedersi: funziona quando l'altra persona cerca attivamente di impedirle di funzionare?
È una domanda molto più cattiva.
Ed è quella che conta.
Il chi sao può sviluppare qualità utili: sensibilità, coordinazione, struttura, timing a distanza ravvicinata, capacità di reagire al contatto.
Ma non bisogna confondere queste qualità con la dimostrazione automatica che una sequenza di trapping funzionerà contro un pugile esperto.
Allo stesso modo, sarebbe sbagliato concludere che il pugile “non può essere intrappolato”.
Può esserlo.
Se sbaglia distanza, se lascia una mano fuori posizione, se viene bloccato durante uno scambio ravvicinato, se perde l'equilibrio o se l'altro combattente riesce a creare un contatto favorevole, il trapping può diventare perfettamente reale.
Il problema è che il pugile farà tutto il possibile perché quella situazione duri il meno possibile.
E questo porta a una conclusione molto più interessante della solita guerra tra stili.
Il Wing Chun non deve dimostrare che il trapping funziona sempre contro la boxe.
La boxe non deve dimostrare che il trapping non funziona mai.
La domanda corretta è: in quali condizioni il trapping diventa possibile, e quanto è bravo l'altro combattente a impedirle?
A quel punto smettiamo di parlare di arti marziali come sistemi magici e cominciamo a parlare di combattimento.
Distanza.
Timing.
Angoli.
Pressione.
Movimento.
Contatto.
Reazione.
Adattamento.
Perché alla fine c'è una regola molto semplice che vale per qualsiasi arte marziale: la tecnica migliore del mondo non serve a nulla se non riesci a creare la situazione nella quale può funzionare.
E un pugile esperto passerà gran parte del combattimento proprio a impedirti di crearla.
Cesio Endrizzi