Il Wing Chun è oggi
una delle arti marziali cinesi più conosciute al mondo. La sua fama
è legata soprattutto alla rapidità dei colpi, al combattimento a
corta distanza, all'economia dei movimenti e a una particolare
impostazione tecnica che lo distingue da molti altri stili di kung
fu.
Ma quando si parla
delle sue origini, il terreno diventa molto meno solido.
Per generazioni, la
storia del Wing Chun è stata raccontata attraverso una leggenda
affascinante: una monaca buddhista sopravvissuta alla distruzione
dello Shaolin del Sud, un incontro tra una gru e un serpente, una
giovane donna costretta ad affrontare un uomo violento e, infine, la
nascita di un nuovo sistema di combattimento.
È una storia
perfetta.
Forse fin troppo
perfetta.
Perché quando si
separa la tradizione dalla documentazione storica, molte delle
certezze sulle origini del Wing Chun cominciano a diventare molto
meno certe.
Secondo la
tradizione più conosciuta, durante il XVIII secolo la dinastia Qing
aveva ormai consolidato il proprio controllo sulla Cina dopo la
caduta dei Ming.
Nel sud del Paese,
il Tempio Shaolin del Sud sarebbe stato uno dei centri della
resistenza contro i Qing. Monaci, ribelli e combattenti per la
libertà vi si sarebbero allenati e avrebbero organizzato la loro
opposizione alla nuova dinastia.
I Qing avrebbero
infine distrutto il tempio.
Tra i pochi
sopravvissuti ci sarebbe stata Ng Mui, una monaca buddhista che
avrebbe trovato rifugio nel Tempio della Gru Bianca, nella provincia
del Fujian.
Ed è proprio qui
che la leggenda fa compiere al Wing Chun il suo primo passo.
Un giorno, mentre
scendeva dalla montagna per procurarsi delle provviste, Ng Mui
avrebbe assistito al combattimento tra una gru e un serpente.
Il serpente cercava
di sfruttare la propria forza e aggressività per colpire la gru. La
gru, invece, evitava gli attacchi utilizzando velocità, angolazioni
e movimenti precisi.
Ng Mui sarebbe
rimasta colpita da quello scontro e avrebbe iniziato a studiare e
perfezionare il proprio sistema di combattimento osservando quei
principi naturali.
Poco tempo dopo
avrebbe incontrato una giovane ragazza di nome Yim Wing Chun, figlia
di un venditore di tofu.
La ragazza aveva
però un problema.
Un gangster locale
voleva costringerla a sposarlo e aveva minacciato di distruggere il
villaggio e di uccidere chiunque avesse cercato di impedirglielo.
Ng Mui propose
allora un accordo.
L'uomo avrebbe
dovuto tornare dopo sei mesi. Se Wing Chun fosse riuscita a
sconfiggerlo in combattimento, egli avrebbe dovuto rinunciare per
sempre a lei e al villaggio. Se invece fosse stata sconfitta, Wing
Chun avrebbe accettato di diventare sua moglie.
Il gangster accettò,
convinto che si trattasse di una sfida ridicola.
Ng Mui portò quindi
Wing Chun sulle montagne e la sottopose a un intenso addestramento.
Sei mesi dopo, le
due tornarono al villaggio.
Davanti agli
abitanti, Wing Chun affrontò il gangster e lo sconfisse sfruttando
velocità, tecnica e angolazioni invece della forza bruta.
L'uomo, umiliato,
fuggì e non tornò mai più.
Successivamente Wing
Chun si sarebbe sposata e, insieme al marito, avrebbe continuato a
sviluppare il sistema di combattimento.
Da lei avrebbe preso
il nome l'arte marziale conosciuta come Wing Chun.
È una storia
potente perché contiene tutto ciò che ci aspetteremmo dal mito di
un'arte marziale: una maestra misteriosa, una conoscenza ricavata
dalla natura, un allievo destinato a diventare protagonista e un
combattimento contro un oppressore.
Il problema è che
una storia affascinante non è necessariamente una storia
documentata.
Il primo elemento
problematico è proprio uno dei pilastri della leggenda: il Tempio
Shaolin del Sud.
Non esiste una
documentazione storica sufficientemente solida che permetta di
affermare con certezza l'esistenza del famoso tempio così come viene
descritto nella tradizione del Wing Chun.
Questo non significa
che il kung fu Shaolin non avesse rapporti con la Cina meridionale.
Al contrario,
esistono collegamenti storici tra i monaci Shaolin e le province
meridionali.
Nel XVI secolo, per
esempio, il generale Qi Jiguang utilizzò anche monaci provenienti
dallo Shaolin settentrionale durante le campagne militari contro
pirati e altri gruppi armati nelle regioni costiere.
Il problema, quindi,
non è l'esistenza di una presenza Shaolin nel sud della Cina.
Il problema è
trasformare questa presenza in un preciso tempio clandestino, centro
della resistenza anti-Qing, distrutto dalle autorità e collegato
direttamente alla nascita del Wing Chun.
Oggi diversi luoghi
della Cina meridionale rivendicano un rapporto con il leggendario
Shaolin del Sud. Alcuni sono stati ricostruiti e sono diventati
importanti attrazioni turistiche.
Questo rende il
tempio molto più interessante come simbolo della tradizione marziale
cinese che come luogo storico definitivamente identificato.
Anche l'episodio
dell'incontro tra serpente e gru presenta qualche problema.
L'idea che un'arte
marziale possa essere nata osservando il combattimento tra animali
non è affatto esclusiva del Wing Chun.
Storie simili
compaiono in diverse tradizioni marziali asiatiche.
Una versione
particolarmente interessante è associata al Tai Chi, mentre racconti
comparabili si trovano anche nel Silat e in altre tradizioni del
Sud-est asiatico.
Questo ha portato
alcuni studiosi del folklore a considerare questi racconti come
possibili leggende migratorie: narrazioni capaci di viaggiare da una
cultura all'altra, adattandosi ai luoghi nei quali vengono
raccontate.
Ma nel caso del Wing
Chun esiste un dettaglio ancora più interessante.
Una tradizione molto
simile compare nella storia della Gru Bianca del Fujian.
E non si tratta
soltanto di una somiglianza generica.
La vicenda è
collocata nello stesso periodo storico e coinvolge il territorio di
Yongchun, nome che presenta una sorprendente corrispondenza con il
termine cantonese Wing Chun.
A questo si aggiunge
un altro elemento.
Chi ha praticato sia
la Gru Bianca sia il Wing Chun può riconoscere alcune somiglianze
nei principi e nella meccanica del combattimento.
Questo non dimostra
che il Wing Chun derivi direttamente dalla Gru Bianca.
Ma rende plausibile
l'ipotesi che tra le due tradizioni possa essere esistito qualche
tipo di rapporto storico o culturale.
Una donna che
sconfigge un gangster in sei mesi?
Poi c'è la parte
più cinematografica della leggenda.
Wing Chun avrebbe
sconfitto un uomo violento e presumibilmente esperto nel
combattimento dopo appena sei mesi di allenamento.
È possibile?
In termini
realistici, appare estremamente improbabile.
Sei mesi possono
essere sufficienti per acquisire una discreta preparazione fisica e
tecnica, ma immaginare che una principiante possa trasformarsi in
combattente superiore a un uomo abituato alla violenza semplicemente
attraverso un breve periodo di addestramento appartiene più al
territorio del mito che a quello della storia marziale.
Ma forse è proprio
questo il punto.
La leggenda non deve
necessariamente essere letta come una cronaca.
Potrebbe
rappresentare qualcosa di diverso.
La giovane donna
debole che sconfigge l'uomo violento attraverso tecnica, intelligenza
e velocità costituisce una metafora perfetta per un'arte marziale
costruita attorno all'idea di utilizzare l'efficienza per compensare
la forza.
In questo senso, la
storia racconta già la filosofia del Wing Chun prima ancora di
descriverne le tecniche.
Un'altra teoria
conduce invece verso un ambiente completamente diverso dal monastero.
È quello delle
compagnie itineranti dell'Opera della Giunca Rossa.
Si trattava di
gruppi legati al teatro, all'intrattenimento e, secondo alcune
ricostruzioni, anche agli ambienti anti-Qing.
Queste compagnie
viaggiavano attraverso la Cina meridionale e potevano rappresentare
un ambiente ideale per la trasmissione di tecniche di combattimento.
Alcuni studiosi
hanno inoltre ipotizzato che determinati membri delle compagnie
fossero specializzati nell'interpretazione di ruoli femminili.
Se questa
interpretazione fosse corretta, potrebbe persino contribuire a
spiegare perché nella tradizione del Wing Chun una donna occupi un
ruolo così importante nella storia delle origini.
Non abbiamo però
prove sufficienti per trasformare questa ipotesi in una certezza.
Rimane, appunto,
un'ipotesi.
Ma è una
possibilità interessante perché sposta completamente il centro
della storia.
Non più un
monastero isolato sulle montagne, ma un ambiente urbano, mobile e
popolato da artisti, combattenti, ribelli e lavoratori.
Un'arte nata
nelle città portuali?
Ed è proprio qui
che le caratteristiche tecniche del Wing Chun diventano
particolarmente interessanti.
Se immaginiamo la
sua evoluzione negli ambienti densamente popolati delle città
portuali della Cina meridionale, alcune caratteristiche dello stile
acquistano una logica diversa.
In un vicolo stretto
non c'è spazio per grandi movimenti.
Su una barca
affollata non è possibile utilizzare liberamente ampie tecniche
circolari.
In mezzo a una
folla, perdere l'equilibrio può essere molto più pericoloso che in
uno spazio aperto.
In questi ambienti,
tecniche brevi, economiche e rapide avrebbero avuto un evidente
vantaggio.
Anche le armi
tradizionalmente associate al Wing Chun possono fornire qualche
spunto.
I celebri coltelli a
farfalla, per esempio, non appartengono necessariamente all'immagine
classica dell'arma militare regolare.
E il lungo bastone
del Wing Chun presenta caratteristiche che possono far pensare anche
a strumenti utilizzati negli ambienti portuali.
Non significa che
queste armi dimostrino l'origine urbana dello stile.
Ma contribuiscono a
costruire uno scenario coerente.
Esiste poi una
teoria ancora più speculativa.
Alcuni studiosi
hanno osservato somiglianze tra determinate posizioni del Wing Chun e
il pugilato europeo a mani nude dell'Ottocento.
Non esiste una prova
chiara che dimostri un contatto diretto.
Ma bisogna ricordare
che le città portuali erano luoghi nei quali persone provenienti da
culture diverse entravano continuamente in contatto.
Marinai, mercanti,
lavoratori, soldati e combattenti si incontravano negli stessi porti.
In un ambiente del
genere, uno scambio culturale non sarebbe impossibile.
Dimostrarlo è
un'altra cosa.
Ed è proprio qui
che bisogna mantenere una distinzione fondamentale: una possibilità
storica non è automaticamente un fatto storico.
Dove finisce la
storia e dove comincia il mito?
A questo punto
rimangono due immagini molto diverse del Wing Chun.
Da una parte abbiamo
la tradizione di Ng Mui e Yim Wing Chun: una monaca sopravvissuta
alla distruzione dello Shaolin del Sud, un sistema derivato
dall'osservazione di serpente e gru e una giovane donna capace di
sconfiggere un oppressore grazie a un'arte marziale rivoluzionaria.
Dall'altra abbiamo
un'ipotesi molto più complessa.
Un'arte che potrebbe
essere emersa gradualmente dall'interazione tra diverse tradizioni
marziali della Cina meridionale, dalla Gru Bianca del Fujian, dalle
compagnie teatrali itineranti, dalle milizie locali e dagli ambienti
urbani delle città portuali.
La seconda
ricostruzione è molto meno romantica.
Ma potrebbe essere
più vicina al modo in cui le arti marziali si sviluppano realmente.
Gli stili raramente
nascono dal nulla.
Più spesso
assorbono tecniche, principi e influenze provenienti da ambienti
differenti e vengono modificati nel corso delle generazioni.
Il Wing Chun
potrebbe quindi non avere avuto un singolo momento di nascita.
Potrebbe essere
stato un processo.
Questo non significa
che la leggenda di Ng Mui e Yim Wing Chun debba essere semplicemente
buttata via.
Un mito non deve
essere necessariamente vero in senso storico per essere
significativo.
La storia della
giovane donna che utilizza tecnica, velocità e intelligenza contro
un avversario più forte esprime perfettamente uno dei concetti
fondamentali che il Wing Chun ha trasmesso nel tempo: non opporre
necessariamente forza alla forza, ma cercare una soluzione più
efficiente.
La leggenda, in
altre parole, potrebbe essere diventata il racconto ideale attraverso
cui spiegare la filosofia dello stile.
Ed è forse questo
il motivo per cui ha resistito così a lungo.
Il vero mistero non
è soltanto sapere se Ng Mui abbia davvero incontrato una giovane
chiamata Yim Wing Chun.
La domanda più
interessante è capire quanto della leggenda sia stato
costruito per spiegare ciò che il Wing Chun era già diventato.
Perché quando la
documentazione storica si fa scarsa, il mito comincia a riempire gli
spazi vuoti.
E nel Wing Chun
quegli spazi sono ancora numerosi.
La storia dell'arte,
quindi, rimane aperta.
Potrebbe esserci
stato uno Shaolin del Sud.
Potrebbe esserci
stata Ng Mui.
Potrebbe esserci
stata Yim Wing Chun.
Oppure queste figure
potrebbero rappresentare la personificazione di un processo molto più
lungo, nel quale diverse tradizioni della Cina meridionale si sono
incontrate, mescolate e trasformate.
Quello che possiamo
dire con maggiore sicurezza è che il Wing Chun non è semplicemente
la storia di una monaca, di una ragazza e di un gangster.
È il risultato di
una storia molto più ampia, nella quale tradizione, folklore,
ambiente sociale e pratica marziale si sono probabilmente intrecciati
per generazioni.
Ed è proprio questa
incertezza, più che la leggenda stessa, a rendere affascinanti le
sue origini.