venerdì 1 novembre 2024

LA MAPPA DEL DOLORE: Quanti punti di pressione servono davvero per spegnere un uomo?


La domanda arriva dritta come un pugno al plesso solare: quanti punti di pressione si studiano nel Wing Chun?

Chi la fa cerca un numero. Cerca una lista. Cerca quella rassicurante certezza che viene dal poter dire "ne so dieci, ne so venti, ne so cento". Vuole chiudere l'argomento in una cifra, infilarlo in una tasca e tornare a casa convinto di aver capito.

Peccato che il Wing Chun non funzioni così. Peccato che il corpo umano non funzioni così. Peccato che il dolore, quello vero, quello che ti piega in due e ti fa vomitare l'anima, non abbia mai avuto bisogno di un numero per esistere.

Ma siccome la domanda è stata fatta, merita una risposta. Non quella che vuoi sentire. Quella che devi sentire.


Partiamo dalle cifre, giusto per mettere una pietra sopra alla questione numerica.

Secondo i testi classici, quelli che i maestri tengono nascosti e mostrano solo a chi ha già le mani sporche di anni di sacrificio, i punti di pressione studiati nel Wing Chun si aggirano intorno ai 108. Centootto punti sparsi per il corpo come tappe di un viaggio che non vorresti mai fare.

Ma questo è il conto totale, quello che include tutto: punti principali, punti secondari, punti che si attivano solo in certe fasi lunari e punti che funzionano solo se colpiti con la giusta angolazione, al millesimo di secondo giusto, con l'intensità giusta.

La verità è che nella pratica quotidiana, quella che sporca il pavimento della palestra di sudore e a volte di sangue, i punti che impari a usare davvero sono molto meno. Una scuola italiana, la Scuola Tao, ne elenca esplicitamente 12 come fondamentali per la difesa personale . Dodici punti strategici, posizionati come sentinelle lungo il corpo: tempie, occhi, gola, plesso solare, reni, inguine. Posti dove un colpo ben assestato non lascia scampo.

Poi ci sono i 32 meridiani dell'agopuntura, quelli che il Granmaster William Cheung descrive nel suo How to Develop Chi Power . Trentadue autostrade di energia vitale, di sangue, di nervi, di respiro. Il Wing Chun non li studia per curarti. Li studia per sapere esattamente dove interrompere il flusso, dove creare l'ingorgo, dove far saltare la diga.

E infine c'è il Wing Chun Compendium di Wayne Belonoha, settimo livello, discepolo diretto della linea di Ip Man. Nel suo libro, uno dei più completi mai scritti su quest'arte, dedica un'intera sezione ai punti di pressione. Non per fare un elenco, ma per spiegare come si usano. Perché la differenza tra sapere dove colpire e sapere come colpire è la differenza tra un bambino che indica una mappa e un uomo che ti spezza le gambe.

Ma tutto questo, tutte queste cifre, questi elenchi, queste liste, valgono esattamente il nulla cosmico se non capisci una cosa fondamentale.

I punti di pressione non esistono.

Non nel modo in cui pensi. Non sono interruttori che aspettano solo di essere premuti. Non sono bottoni magici che, se schiacciati nell'ordine giusto, fanno crollare l'avversario come un pupazzo a cui hanno tagliato i fili.

I punti di pressione sono zone. Sono aree. Sono regioni del corpo dove i nervi si avvicinano alla superficie, dove i vasi sanguigni passano più scoperti, dove le ossa sono meno protette. Colpire un punto di pressione non significa infilare un dito in un buco esatto al millimetro. Significa colpire una zona con la consapevolezza che lì dentro c'è roba fragile, roba che sanguina, roba che se la tocchi nel modo sbagliato smette di funzionare.

Il Wing Chun lo sa. Per questo non insegna "il punto 37, a tre dita dal gomito, leggermente verso l'interno". Insegna la linea centrale. Insegna a mantenere la struttura. Insegna a sentire l'intenzione dell'avversario. Perché se hai tutto questo, i punti vengono da soli. Se sei nella posizione giusta, alla distanza giusta, con la forza giusta, qualsiasi cosa colpirai sarà il punto giusto.

C'è una trappola in cui cadono tutti quelli che si avvicinano ai punti di pressione. La chiamano "paralisi da analisi". È quella malattia che porta a passare ore a studiare mappe, a memorizzare nomi, a disegnare linee sul corpo, convinti che la conoscenza sia potere.

Non lo è. Mai lo è stata.

La conoscenza senza la capacità di applicarla è solo un peso in più. Sapere dove si trova il plesso solare non ti serve a niente se non sai come arrivarci. Sapere che colpire i reni fa cadere un uomo non ti serve a niente se non hai la struttura per resistere al suo contrattacco. Sapere che la tempia è un punto vulnerabile non ti serve a niente se lui ti ha già preso per il collo.

I veri maestri di Wing Chun, quelli che hanno visto cose che tu non vedrai mai, non parlano mai di numeri. Parlano di sensazioni. Parlano di come il corpo dell'altro diventa trasparente dopo anni di pratica. Parlano di come impari a vedere i punti di pressione senza pensarci, come vedi la porta prima di attraversarla.

Detto questo, se proprio vuoi una lista, se proprio hai bisogno di appoggiarti a qualcosa di concreto mentre cammini nel buio, ecco come i punti di pressione si dividono veramente. Non per numeri, ma per importanza. Per gerarchia. Per quello che fanno quando li colpisci.

In cima ci sono i punti letali. Quelli che, se colpiti con la forza giusta, con l'angolazione giusta, con l'intenzione giusta, possono uccidere. Sono pochi. Tempie, gola, base del cranio, colonna vertebrale in certi punti. Sono i punti che i maestri insegnano per ultimi, perché una volta che sai quelli, la responsabilità diventa quasi insopportabile.

Poi ci sono i punti debilitanti. Plesso solare, reni, fegato, milza, inguine. Colpire lì non uccide, ma toglie la voglia di continuare. Piega in due. Svuota i polmoni. Fa venire voglia di stare fermi, di non respirare, di sparire. In uno scontro vero, spesso sono più utili di quelli letali. Perché un uomo che cade in ginocchio e vomita è un problema risolto senza doversi portare un cadavere sulla coscienza.

Poi ci sono i punti di controllo. Gomiti, spalle, ginocchia, polsi. Quelli che non fanno male come gli altri, ma che ti permettono di guidare il corpo dell'avversario come un burattino. Li usi per sbilanciare, per deviare, per portare l'altro dove vuoi tu. Sono i punti del Wing Chun più puro, quelli che trasformano il combattimento in una danza dove tu tieni il ritmo e l'altro ci inciampa sopra.

E infine ci sono i punti di distrazione. Tutti gli altri. Quelli che colpisci non per fare danno, ma per far sì che l'altro pensi a proteggersi lì, lasciando scoperto il posto dove vuoi colpire davvero. Sono i punti dei finti, dei fintoni, dei furbi. Quelli che sanno che il dolore è anche un'ottima scusa per distrarsi.

Alla fine, dopo anni di pratica, dopo notti passate a sentire il corpo che fa male, dopo aver visto e subito colpi che non dimenticherai mai, impari che il numero vero è un altro.

Non quanti punti conosci. Non quanti ne hai studiati sui libri. Non quanti ne hai memorizzati.

Ma quanti ne sai colpire senza pensarci.

In uno scontro vero, in quel secondo e mezzo in cui si decide tutto, non hai tempo di ricordare. Non hai tempo di pensare "questo è il punto 47, nervo femorale, angolazione di trenta gradi". In quel secondo e mezzo, o il tuo corpo sa dove andare, o vai a casa con le ossa rotte.

Il Wing Chun lo sa. Per questo non insegna numeri. Insegna movimenti. Insegna sensazioni. Insegna a stare in piedi quando tutto intorno crolla. Perché se stai in piedi, se mantieni la linea, se senti il respiro dell'altro, i punti li trovi da soli. Vengono a cercarti. Si offrono. Si aprono come fiori marci davanti a chi sa aspettare.

C'è un'ultima cosa che nessuno dice, quando si parla di punti di pressione. Una cosa sporca, brutale, che tutti sanno ma nessuno racconta.

Imparare i punti di pressione è come imparare a usare una pistola. Una volta che sai, non puoi più non sapere. Una volta che hai visto come si spegne un uomo con un dito, come si piega su se stesso come un castello di carte, come il respiro se ne va via senza preavviso... quella cosa non te la togli più dalla testa.

I maestri veri, quelli che hanno trasmesso il Wing Chun per generazioni, lo sanno. Per questo sono così attenti a chi insegnano. Per questo guardano gli occhi prima ancora delle mani. Perché sanno che la conoscenza dei punti di pressione non è un diritto. È un peso. È una croce. È una responsabilità che ti porti dietro ogni volta che chiudi gli occhi la sera.

Nel Wing Chun si studiano centootto punti. Trentadue meridiani. Dodici zone strategiche. Ma quello che si impara davvero è una cosa sola: che il corpo umano è fragile come il vetro, e che una volta che impari a romperlo, niente sarà più come prima.

Questa è la vera mappa del dolore. Non quella che ti dice dove colpire. Quella che ti dice cosa diventi, dopo che l'hai fatto.



giovedì 31 ottobre 2024

LA VITA SULLE MANI: Origine e oblio del Wing Chun in un mondo che ha dimenticato come si sanguina


La storia non inizia con un saggio.

Inizia con il rumore di una porta sfondata e l'odore del legno che brucia. Inizia con banditi che scendono dalle montagne e soldati che non fanno domande. Inizia con la Cina del XVII secolo, un paese a pezzi, un territorio di confine chiamato delta del Fiume delle Perle, dove la legge era solo una parola scritta da qualche parte e la giustizia si misurava in pollici di lama e secondi di reazione.

In quel posto, in quel tempo di merda, nasce il Wing Chun.

Non cercare storie di monache buddiste e templi sacri. Quelle sono favole per turisti con la macchina fotografica al collo. La verità è più sporca e molto più semplice: il Wing Chun è figlio della necessità. È quello che succede quando metti insieme contadini, pescatori, operai delle saline e gli dici: "Domani tornano quelli che vi hanno spogliato ieri. Cosa portate nelle mani?".

Portavano questo. Un pugno che parte dal centro e non torna indietro finché non ha trovato carne. Una struttura fatta per respingere senza indietreggiare, perché indietro c'è il muro, il fiume, tua moglie che urla. Un'arte marziale che non ha bisogno di spazio, perché nello spazio che hai – quel metro quadrato di merda che ti lasciano – ci devi vivere, morire e ammazzare.

Prova a immaginare il Wing Chun come l'antitesi di tutto ciò che pensi di sapere sulle arti marziali.

Non c'è il salto acrobatico. Non c'è il calcio girato. Non c'è il tempo per caricare, per misurare, per pensare. C'è solo la linea retta che unisce il tuo centro al centro di chi hai davanti. È la via più breve, la più brutale, la più logica. La meccanica dei fluidi applicata alla sopravvivenza: l'acqua non gira intorno all'ostacolo, lo aggira nel modo più veloce, e se non può aggirarlo, lo spazza via.

I pionieri del Wing Chun, quelli veri, non tenevano lezioni. Non avevano dojo con pavimenti lucidi e foto di Ip Man appese al muro. Avevano strade, moli, vicoli. Avevano mani callose e occhi che avevano visto cose che tu non vedrai mai. Ip Man, l'uomo che avrebbe portato tutto questo a Hong Kong e poi al mondo, non era un santone. Era un uomo che aveva attraversato guerre, rivoluzioni, fughe. Quando insegnava, non parlava di spirito e armonia. Parlava di struttura. Di angoli. Di come un pugno che parte da tre pollici dal corpo può avere la stessa potenza di uno che parte da un metro, se sai come usare la cazzo di fisica.

A cosa serviva, allora?

A vivere. Nient'altro. A camminare per strada e tornare a casa la sera. A dire di no a chi ti chiedeva qualcosa che non volevi dare. A proteggere quello che era tuo quando l'unica legge era quella del più forte, del più veloce, del più disperato.

Poi il mondo è cambiato.

Oggi, il Wing Chun è una macchia in un mare di opzioni.

Entra in qualsiasi palestra di qualsiasi città e vedrai ragazzi che fanno Jiu-Jitsu Brasiliano con la dedizione di monaci zen. Vedrai pugili che saltano la corda come ballerine. Vedrai lottatori di MMA che mettono insieme pezzi di tutto, come Frankenstein del combattimento, cucendo addosso a sé un corpo fatto di ginocchiate thailandesi, ganci del pugilato e leve dal grappling.

In questo mercato delle carni, il Wing Chun che posto ha?

La risposta che sentirai dai benpensanti, dai ragionieri della rissa, è: nessuno. Ti diranno che il Wing Chun non funziona nell'ottagono. Che manca di sparring vero. Che i suoi movimenti sono troppo corti, troppo legati a una distanza che nei match moderni non esiste più. Che il Chi Sao, quella danza di mani che incollano, crea solo l'illusione del controllo.

E in parte, porca puttana, hanno ragione.

Porta uno specialista di Wing Chun puro in gabbia contro un lottatore di MMA di medio livello e guardalo morire. Lo faranno a pezzi. Lo porteranno a terra, dove lui non sa stare. Lo allontaneranno con i calci, impedendogli di entrare in quella benedetta distanza corta dove lui è dio. Lo stancheranno, perché il Wing Chun tradizionale non ti prepara ai cinque minuti di inferno continuo.

Sembra finita. Sembra che quest'arte marziale sia solo un reperto archeologico, un fossile che qualcuno si ostina a lucidare mentre intorno corre la Formula 1.

Ma la questione è un'altra, e nessuno la racconta.

Il Wing Chun oggi non serve a vincere un match. Non è mai servito a quello.

Il Wing Chun serve a sopravvivere a quel coglione che ti si avvicina troppo al bancomat. Serve a gestire quello spazio maledetto in cui il tipo che hai davanti puzza di vino e ha le mani che gli tremano, e tu senti che se non fai qualcosa nei prossimi due secondi, quella tremito diventa una spinta, e quella spinta diventa un coltello.

In quello spazio, in quel momento, le MMA non esistono. La gabbia non c'è. Le regole non ci sono. C'è solo la fisica dei corpi vicini e la necessità di finire la storia prima che inizi.

Il Wing Chun in quello spazio è ancora il re.

Perché ti insegna a stare dritto senza cadere. Ti insegna a sentire l'intenzione dell'altro prima che lui stesso sappia cosa vuole fare. Ti insegna a colpire senza preparare il colpo, a respirare mentre stringi i denti, a usare la forza che viene dall'altro per ritorcergliela contro come un boomerang di merda.

Oggi le palestre di Wing Chun sono piene di gente che cerca altro. C'è il quarantenne che vuole fare movimento senza farsi male. C'è il ragazzino che ha visto Ip Man al cinema e vuole sentirsi Bruce Lee. C'è il filosofo da strapazzo che cerca la via spirituale.

Poi ci sono quelli che sanno.

Quelli che hanno capito che in un mondo dove tutti insegnano a combattere, nessuno insegna più a sopravvivere. Quelli che sanno che la strada non è un ottagono, il cemento non è un tappeto e l'uomo che hai davanti non si fermerà al primo "stop".

Per quelli, il Wing Chun è ancora la risposta. Non la risposta totale, non la soluzione a tutto, ma quel pezzo mancante che tutti gli altri stili hanno dimenticato: la gestione del terrore a distanza zero.

Il Wing Chun non è morto. È solo in letargo, in attesa che il mondo si ricordi di nuovo che la violenza non è uno sport.

Viviamo nell'epoca delle arti marziali sportivizzate, igienizzate, trasformate in prodotto da consumare con l'abbonamento mensile. Tutto è diventato bello, pulito, giusto. Ci sono cinture da conquistare, gradi da scalare, medaglie da appendere al collo.

Poi, una notte, in un vicolo buio, tutto questo sparisce.

E in quel momento, quando lo spazio si riduce a niente e il tempo si ferma, il vecchio pugno che parte dal centro, quello che non ha bisogno di caricare, quello che viaggia dritto come una condanna, torna a essere l'unica cosa che conta.

Il Wing Chun è nato lì, in quel vicolo, secoli fa. E aspetta solo che qualcuno ci torni.


mercoledì 30 ottobre 2024

A Naked Fist in a World of Magic: Chi altri negli anime, oltre a Naruto, si sporca le mani con il Wing Chun?

 


Sentiamo spesso parlare di tecniche proibite, poteri divini, occhi maledetti e chakra cosmici. Nel mondo degli anime, ci hanno insegnato che per spaccare il culo a qualcuno devi urlare il nome dell'attacco, caricare per tre episodi e aspettare che l'avversario ti spieghi pazientemente il suo piano. Poi, un giorno, ti capita davanti agli occhi una scena che ti fa dire: "Ma questo qua sta menando le mani come un dannato per strada?".

Esatto, parliamo di quel momento in Naruto Shippuden in cui, in mezzo a laser e giganti di chakra, vedi due personaggi che si affrontano con una brutale, schietta e meravigliosa scazzottata da strada. Si dice che Naruto, da adulto, usi il Wing Chun. E la domanda sorge spontanea: nel meraviglioso mondo dei disegnetti giapponesi, ci sono altri deficienti che usano quest'arte marziale, o è solo lui l'unico sano di mente?

Partiamo dal fatto che definire Naruto un "maestro di Wing Chun" è come dire che un martello pneumatico è un attrezzo per fare massaggi. Tecnicamente è vero, ma è il contesto che fa la differenza. In Boruto, il nostro eroe è cresciuto. Ha smesso di fare le mille ombre e di affidarsi solo alla Volpe a Nove Code. È diventato un Hokage, un uomo che deve risolvere i problemi in fretta e senza troppi fronzoli. Ed è qui che torna utile lo stile del serpente e della gru.

C'è una scena, in particolare, che fa impazzire i puristi delle arti marziali: lo scontro tra Indra e Ashura. Se guardi bene quei movimenti, non è la solita coreografia da anime piena di salti e capriole. Lì vedi Man Sao, Bang Sao, Gaun Sao. Sembrano nomi di pietanze strane, ma sono le basi del Wing Chun. È l'essenza del combattimento a contatto: linee rette, struttura solida, e la devastante economia di movimento che hanno reso celebre Ip Man, il maestro del maestro di Bruce Lee .

Perché funziona per Naruto? Perché il Wing Chun è cattivo. È subdolo. È pensato per colpire i punti vitali, per spezzare lo sterno, per colpire gli occhi e la gola mentre l'altro pensa ancora a come mettere in guardia. In un mondo dove tutti sparano palle di fuoco, Naruto (o l'animatore che ha disegnato quella scena) ci ricorda che alla fine dei giochi, se sei abbastanza vicino da sentire il suo odore, un pugno ben piazzato allo sterno vale più di mille Rasengan. È la poetica della volgarità: ridurre tutto alla prossemica, alla distanza, alla fisica bruta. E cazzo se funziona.

Ma non pensiate che il Wing Chun sia un'esclusiva del settimo Hokage. Se gratti via la patina di poteri magici e superforza, scopri che l'animazione giapponese (e non solo) è piena di personaggi che hanno basato la loro filosofia di pestaggio su questo stile.

Partiamo con un esempio forse meno noto ai più, ma che merita una menzione d'onore. Parliamo di Zhanshi, un personaggio dei fumetti (non un anime classico, ma la logica vale) noto come "The Fujian warrior". Il suo soprannome è letteralmente "Wing Chun incarnate". Questo tizio non studia il Wing Chun, è il Wing Chun. Nato e cresciuto in una linea di sangue dedita a questa arte, la sua intera esistenza è stata un allenamento per trasformare il corpo in un'arma. Ha una forza tale che i proiettili gli rimbalzano sulla pelle, e una velocità di reazione che gli permette di schivare qualsiasi proiettile. Non usa tecniche segrete, usa la Gōnglǜ energy, un'energia metafisica che manipola lo spazio-tempo per rendere i suoi colpi ancora più imprevedibili e letali .

Se preferisci il live action e le atmosfere sporche di Chinatown, c'è Yeongchun (o Young-chun) dal webtoon/coreano Blue String. Il suo nome è tutto un programma. È una maestra di Wing Chun, una donna talmente letale che sulla carta non esiste nemmeno. Non ha residenza, non ha documenti: è un fantasma, un assassino che vive nell'ombra di Chinatown . Ha una forza tale che dei ragazzini come gli altri personaggi, che pure sono considerati fenomeni, la guardano e dicono: "Che donna... così dannatamente forte". E nonostante la sua età avanzata, riesce a tenere testa a intere organizzazioni criminali. La sua morte? Non per un combattimento leale, ma per un colpo di pistola vigliacco. Perfido, vero? Ma realistico: il Wing Chun insegna a distruggere chi hai davanti, ma non può nulla contro un codardo con una pistola.

E poi ci sono le chicche, quei personaggi nati dall'immaginazione degli artisti che rendono omaggio a questo stile. Come Xina, un'artista marziale di 18 anni creata da un fan. Lavora come cuoca in un ristorante, ma il suo vero mestiere è menare le mani con lo stile di Ip Man, e lo fa allenandosi con il suo drago personale di nome Gou. Un drago che mangia di tutto (tranne gli umani, per fortuna) e l'aiuta a perfezionare le tecchiuche. Può sembrare una cazzata, ma è il segno che il Wing Chun è entrato nell'immaginario collettivo come simbolo di disciplina e potenza .

Ti stai chiedendo perché queste scene, quando sono ben fatte, ti entrano nel cervello e non escono più? Perché il Wing Chun è l'esatto opposto di quello che vediamo di solito negli anime. Mentre Goku carica una Genkidama per tre puntate, mentre Ichigo urla per risvegliare i poteri, il Wing Chun tace e si avvicina.

Non ci sono pose plastiche o innaturali. Nel Wing Chun, i pugni partono dal centro. La guardia è alta, i gomiti sono bassi, e la struttura è solida come una montagna. È una scienza, quella della "donna che combatte" (perché pare sia stata inventata da una monaca buddista, Ng Mui, per permettere ai più deboli di sopraffare i più forti) . È lo stile di chi non ha tempo per scherzare. Di chi deve finire il lavoro in tre secondi e tornare a casa a bere il tè.

In un'epoca di superpoteri, vedere un personaggio che si affida alla biomeccanica pura è come sentire l'odore della polvere da sparo in una chiesa. È blasfemo, è fuori luogo, ed è dannatamente affascinante.

Quindi, tornando alla domanda iniziale: Naruto usa il Wing Chun? Sì, cristo. In quella singola, magnifica scena, e nella sua caratterizzazione da adulto, l'Hokage combatte come un picchiatore di Hong Kong. Ed è in buona compagnia. Ci sono guerrieri come Zhanshi, che vivono e respirano lo stile, maestre spietate come Yeongchun, e persino personaggi di contorno come Xina che tengono alta la bandiera di questa arte marziale.

Il bello del Wing Chun negli anime è che rappresenta una verità scomoda in un mondo di fantasia: che la tecnica giusta, applicata con violenza e intelligenza, può mettere in ginocchio anche il più potente degli dei. È la rivincita dell'uomo sulla divinità, del calcio in faccia sul raggio laser. E finché ci saranno animatori e registi con le palle per mettere in scena una scazzottata vera, senza effetti speciali, il Wing Chun continuerà a vivere, sporco e cattivo come piace a noi.




martedì 29 ottobre 2024

Il Mito del Combattimento Perduto: Wong Shun Leung, Wong Jak Man e la Nascita del Jeet Kune Do – Quale Stile Sconfisse Bruce Lee?


Il Piccolo Drago non poteva essere battuto. Questa è la narrazione che l'immaginario collettivo ha scolpito nel marmo della cultura pop: Bruce Lee, fenomeno fisico e filosofico, guerriero invincibile che nessuno mai riuscì a scalfire. Come tutte le statue erette a gloria di un uomo, anche questa presenta crepe profonde, crepe che rivelano una verità più complessa, più umana e infinitamente più interessante.

La domanda che ancora oggi riecheggia nei forum di appassionati e nelle palestre di mezza mondo è una di quelle che scatenano risse verbali tra cultori: "Quale stile usò l'avversario quando Bruce Lee non riuscì a sconfiggerlo con il Wing Chun?" La risposta, come spesso accade nella storia marziale, non è univoca. Perché il combattimento in questione non è uno, ma due. E forse, nemmeno uno di essi è realmente accaduto come la leggenda tramanda.

Per comprendere l'evoluzione del pensiero di Bruce Lee, dobbiamo prima sfatare un mito e poi affrontare un fantasma.

Partiamo dalla figura più nota, quella di Wong Shun Leung. Wong era il si hing (fratello marziale anziano) di Bruce Lee nella cerchia di Ip Man a Hong Kong. Non era semplicemente un compagno di allenamento: era colui che introdusse Bruce nel mondo del Wing Chun, il suo primo e più influente mentore pratico. Wong Shun Leung era un combattente leggendario, noto per i suoi innumerevoli beimo (combattimenti sfida) contro maestri di altri stili. La sua efficienza era tale che guadagnò il soprannome di "Re del Combattimento" o "Distruttore di Gong Fu".

L'aneddoto che li vede contrapposti sul set di Enter the Dragon è rivelatorio. Wong, chiamato come consulente, vide Bruce Lee eseguire un movimento e, con la schiettezza del maestro, commentò: "Questo non è Wing Chun". Bruce, ormai evoluto nel suo percorso, rispose semplicemente: "Funziona". Non ci fu alcuno scontro, nessuna sfida. Solo il rispetto tra due artisti marziali che avevano preso strade diverse. La verità è che Wong Shun Leung non sconfisse mai Bruce Lee in un combattimento, semplicemente perché non ci fu mai motivo. Il loro legame era di fratellanza, non di rivalità. Eppure, in un senso più profondo, fu proprio la lezione di Wong – quella dell'efficienza assoluta, dello spogliare il combattimento da ogni orpello coreografico – a piantare in Bruce il seme che sarebbe germogliato nel Jeet Kune Do.

Se cerchiamo uno scontro reale, una sconfitta che abbia segnato un punto di svolta, dobbiamo varcare l'oceano e spostarci sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Dobbiamo parlare di Wong Jak Man.

Qui entriamo in un territorio minato, dove la storia si intreccia con il mito, la testimonianza oculare con il romanzo di formazione. Wong Jak Man era un maestro di arti marziali residente a San Francisco, un uomo la cui abilità marziale era rispettata nella comunità cinese d'oltreoceano. Secondo il libro Jeet Kune Do: The Art & Philosophy of Bruce Lee, lo stile praticato da Jak Man era il My Jong Law Horn. Si trattava di un sistema della Cina meridionale, meno noto del Wing Chun o dell'Hung Gar, che enfatizzava posizioni forti, tecniche a media e lunga distanza e una potenza derivata dalla rotazione del busto e dal radicamento a terra. Un approccio radicalmente diverso dal combattimento a corta distanza e dalla linea centrale del Wing Chun.

La data presunta è il 1964, in occasione del Festival delle Arti Marziali Cinesi di San Francisco. Bruce Lee, giovane e irriverente, avrebbe sfidato o sarebbe stato sfidato (le versioni divergono) da Wong Jak Man. La posta in gioco era alta: l'orgoglio del Wing Chun e, si dice, il diritto di Bruce di insegnare ai non cinesi nella sua scuola di Oakland.

E qui si aprono due universi narrativi paralleli.

La Versione di Wong Jak Man e dei suoi sostenitori: Il combattimento non fu affatto epico. Fu breve, confuso e per nulla conclusivo. Wong Jak Man, forte del suo My Jong Law Horn, avrebbe controllato la distanza, impedendo a Bruce di entrare nel suo territorio preferito. Bruce Lee, frustrato, non riusciva a portare colpi risolutivi. Non ci fu un vero vincitore, o al massimo, l'incontro si risolse in una sostanziale parità. Bruce Lee non fece alcun danno significativo a Wong, dimostrando i limiti del suo Wing Chun contro uno stile studiato per tenere a bada l'avversario.

La Versione di Bruce Lee e dei suoi seguaci: La narrazione è ben diversa. In questa versione, Wong Jak Man, consapevole della potenza di Bruce, non ingaggiò un vero combattimento. Iniziò a girare intorno a lui, rifiutando lo scambio diretto, forse per logorarlo o forse per paura. Bruce, implacabile, lo inseguì finché non riuscì a chiudere la distanza, a sbilanciarlo e a colpirlo con una serie di tecniche che costrinsero Wong Jak Man ad arrendersi, esausto e battuto. In questo racconto, la vittoria è netta e inconfutabile.

Qual è la verità? Probabilmente, come in tutti i racconti tramandati oralmente per decenni, sta nel mezzo. È verosimile che Wong Jak Man, forte di uno stile come il My Jong Law Horn, sia riuscito a tenere testa a Bruce Lee meglio di quanto molti altri avessero fatto. È possibile che il giovane Bruce, abituato a dominare gli sfidanti con la potenza del suo Wing Chun, si sia trovato per la prima volta di fronte a un avversario che non riusciva a gestire con i soliti schemi. Forse non fu una sconfitta nel senso letterale del termine, ma fu certamente una rivelazione.

E arriviamo al cuore della domanda: quale stile usò Wong Jak Man? Se diamo credito alla fonte citata, il My Jong Law Horn. Ma la risposta più autentica è un'altra.

Lo stile che "sconfisse" Bruce Lee non fu né il Wing Chun di Wong Shun Leung, né il My Jong Law Horn di Wong Jak Man. Fu lo stile del Limite. Fu la scoperta che il suo sistema, per quanto eccelso, aveva dei confini. Di fronte a un avversario che rifiutava il suo gioco, che usava il movimento e la distanza per neutralizzarlo, il Wing Chun ortodosso mostrava le sue crepe. Non era "sbagliato", era semplicemente "incompleto".

Quel combattimento, nella sua versione reale o mitizzata, fu il laboratorio in cui iniziò a prendere forma il Jeet Kune Do. Bruce Lee non abbandonò il Wing Chun, ma lo usò come base su cui innestare ciò che funzionava da altri stili. Dal pugilato occidentale prese il gioco di gambe e il jab. Dalla scherma, la nozione di "tempo" e di arresto in avanzata. Forse, proprio dall'incontro con Wong Jak Man, comprese l'importanza di saper combattere anche a distanza, di poter colpire l'avversario mentre lui colpisce te, senza dover per forza "incollarsi" a lui con il chi sao.

Lo stile che vinse quel giorno non fu dunque un insieme di tecniche, ma un'idea: l'idea che la verità marziale non fosse proprietà di un solo stile, ma andasse cercata ovunque si trovasse. Wong Jak Man, volontariamente o no, non sconfisse Bruce Lee. Gli mostrò una porta. E Bruce, da vero guerriero, invece di sbatterci la testa contro fino a sanguinare, decise di aprirla e di guardare cosa ci fosse oltre.

La leggenda del combattimento perduto sopravvive perché è una storia potente. Racconta di un eroe che, toccato il suo limite, lo trasforma in trampolino. La verità, fatta di confronti mai avvenuti e di scontri ambigui, è forse meno epica, ma infinitamente più preziosa. Perché ci ricorda che la crescita autentica nasce sempre da uno scacco, da una domanda senza risposta, da un avversario che ci costringe a cambiare.

E in questo, Bruce Lee fu il più grande di tutti. Non perché non perse mai, ma perché ogni "sconfitta" divenne il fondamento della sua prossima vittoria.



lunedì 28 ottobre 2024

LA GABBIA NON È UNA STRADA: ECCO PERCHÉ NON VEDI NELLE MMA LA ROBA VERA


Entri in gabbia. Luci accecanti, folla che urla, telecamere dappertutto. Due uomini si affrontano a colpi di pugni, calci, ginocchiate. Sembra guerra. Sembra sangue. Sembra strada.

Non lo è.

Non ci sei mai stato in un vicolo vero, se pensi che quello che vedi in UFC sia combattimento reale. La gabbia è un prodotto. Una merce impacchettata per il tuo intrattenimento. E come tutte le merci, ha delle specifiche tecniche, delle regole di produzione, dei limiti invalicabili.

Allora, visto che a molti piace fare i duri davanti alla TV, e a molti piace credere che quello che vedono sia la versione definitiva della lotta umana, facciamo due chiacchiere su cosa non si vede nel ring delle MMA. Su cosa manca. Su cosa hanno tolto per rendere tutto più "sportivo", più "telegenico", più "vendibile".

E prepàrati, perché qui si parla di roba che in strada ti uccide, ma in gabbia ti squalificano.


1. LE PALLE: IL PUNTO DEBOLE DI OGNI UOMO

Partiamo dalla base. La prima cosa che qualsiasi animale di strada sa è che se vuoi fermare uno, gli tiri in coglioni. Un ginocchio, un pugno, un calcio. Non serve tecnica, non serve precisione. Basta mirare lì e l'uomo si piega in due come un coltellino svizzero.

Nelle MMA? Vietato. Regola numero uno: niente colpi alle parti basse . Se lo fai, sei squalificato. Perdi tutto. E allora i lottatori si allenano senza nemmeno considerare questa opzione. La loro guardia, le loro combinazioni, le loro difese ignorano completamente che nella realtà qualcuno potrebbe semplicemente puntare alle palle e finire la storia in mezzo secondo.

In strada è la prima cosa che ti insegnano. In gabbia è la prima cosa che ti tolgono.


2. GLI OCCHI: LA FINESTRA SULLA DISPERAZIONE

Seconda regola d'oro dello scontro vero: le dita negli occhi. Non c'è niente di più efficace, più immediato, più devastante. Un pollice ben piazzato e l'altro non vede più niente. Fine dei giochi.

Nelle MMA? Vietato . Qualsiasi tipo di eye gouging è proibito. E i lottatori tengono le dita aperte, le mani in guardia, senza mai pensare che nella realtà quella stessa mano potrebbe essere l'arma che ti salva la vita.

Hai presente quando vedi che si avvicinano, si studiano, si toccano con le mani aperte? In strada, quello è il momento in cui uno ti acceca e tu resti lì come un pesce fuor d'acqua.


3. LA TESTA: UN'ARMA CHE NON USI

Testate. La più antica, la più sporca, la più efficace delle armi da strada. Non serve peso, non serve preparazione. Una testata ben assestata rompe nasi, frantuma denti, apre sopracciglia. E quando sei stretto, quando non hai spazio, quando sei al corpo, è l'unica arma che hai.

Vietata . Nelle MMA non puoi colpire con la testa. Punto. E allora i lottatori si abituano a lottare al corpo senza nemmeno considerare che un avversario vero potrebbe semplicemente sbatterti la fronte contro il naso e mandarti in confusione totale.


4. LA NUCA E LA COLONNA: IL SISTEMA NERVOSO CENTRALE

In strada, se hai uno da dietro, colpisci alla nuca. Semplice, letale, efficace. Un colpo lì e l'altro si spegne come una luce. Paralisi, commozione, morte. Roba che funziona.

Nelle MMA? Colpi alla nuca e alla colonna vertebrale sono severamente vietati . L'arbitro controlla, ferma, punisce. I lottatori si allenano a colpire le zone "sicure", quelle che non rischiano di paralizzare l'avversario per sempre.

Peccato che in strada non ci siano arbitri. E che la nuca sia il bersaglio numero uno di chiunque abbia un minimo di istinto animale.


5. L'AVVERSARIO A TERRA: QUANDO IL CALCIO È L'UNICA RISPOSTA

Questa è forse la più grande differenza tra gabbia e strada. Nelle MMA, se un avversario è a terra, ci sono regole precise: non puoi calciarlo alla testa . Puoi usare le ginocchia solo in certe posizioni, devi stare attento, devi rispettare la "sicurezza" dell'atleta.

In strada, se uno è a terra, è finito. Gli amici suoi ti saltano addosso, la folla si scatena, e tu prendi calci in testa da tutte le direzioni. In strada non esiste il "ground and pound" controllato. Esiste il "calcio nel cranio mentre lui cerca di coprirsi". Esiste lo "stomp" sulla faccia. Esiste la disperazione pura.

E i lottatori di MMA, abituati a combattere uno contro uno con regole precise, quando si trovano in situazioni di strada vera spesso vanno in tilt. Perché non hanno mai dovuto difendersi da calci alla testa mentre sono a terra. Perché non hanno mai dovuto rialzarsi sotto una pioggia di colpi da più direzioni.


6. LE ARTICOLAZIONI PICCOLE: DITA, POLLICI, OSSICINI

In strada, le dita sono un bersaglio perfetto. Si piegano, si spezzano, si strappano. Un mignolo in direzione sbagliata e la presa si scioglie. Un pollice iperesteso e la mano non funziona più.

Nelle MMA? La manipolazione delle piccole articolazioni è vietata . Puoi fare leve su polso, gomito, spalla. Ma le dita? Vietato toccarle. E allora i lottatori si abituano a ignorare questa possibilità, a non difendersene, a non considerarla.

In strada, se uno ti afferra, tu gli spezzi le dita. E sei libero.


7. CAPELLI, MORSI, ORIFIZI: LA GUERRA SPORCA

Poi c'è tutto il resto. Tirare i capelli? Vietato . Mordere? Vietato . Infilare dita in qualsiasi orifizio o in ferite aperte? Vietato . Praticamente tutto quello che in strada è normale, in gabbia è proibito.

In strada, se sei in uno scontro vero, usi tutto. I denti diventano armi, i capelli diventano leve, le ferite diventano punti di ingresso per le dita. Non c'è limite, non c'è regola, non c'è arbitro. C'è solo sopravvivenza.

Ma il problema più grande non è nemmeno quello che succede in gabbia. Il problema è come si allenano. I lottatori di MMA passano anni a perfezionare tecniche che funzionano solo in un contesto regolamentato. Imparano a non colpire certe zone, a non usare certe armi, a rispettare certe distanze.

Poi, quando escono, quando la vita vera li mette alla prova, scoprono che il loro repertorio ha buchi enormi. Che quello che hanno imparato non basta. Che le regole che rispettavano in gabbia, in strada non le rispetta nessuno.

E non parlo di teoria. Parlo di fatti. Quanti lottatori di MMA hanno avuto problemi in strada? Quanti sono finiti in risse vere e hanno scoperto che il loro allenamento non serviva a niente? La lista è lunga. Perché la strada non segue le Unified Rules. La strada non ha un arbitro che interrompe l'azione se colpisci alla nuca. La strada non ti dà il tempo di rialzarti.

E allora, quando senti qualcuno dire che le MMA sono lo sport di combattimento più completo che esiste, in parte è vero. Ma è vero solo all'interno del loro contesto. È vero solo finché giochi con le loro regole.

Fuori da lì, fuori dalla gabbia, fuori dalle telecamere, esiste un mondo diverso. Un mondo dove le regole non esistono. Dove l'unica legge è la sopravvivenza. E in quel mondo, quello che non vedi nel ring delle MMA è esattamente quello che ti serve per restare vivo.

Colpi alle palle. Dita negli occhi. Testate. Calci alla nuca di uno a terra. Dita nelle ferite. Morsi. Capelli tirati. Tutto quello che hanno tolto per rendere lo sport "pulito" è esattamente quello che in strada fa la differenza tra tornare a casa e finire in ospedale.

E allora, la prossima volta che guardi un match e vedi due che si menano come dei dannati, ricordati: stai guardando uno spettacolo. Uno sport. Una competizione regolamentata.

Non stai guardando la realtà.

La realtà è fuori. Ed è molto, molto più brutale.




domenica 27 ottobre 2024

RIPOSA, ALLENATI, COMBATTI: LA REGOLA DEL 70/20/10 CHE TI SALVA LA VITA (E L'ANIMA)

Senti, qui non stiamo a fare i filosofi da quattro soldi. Non ti vendiamo l'ennesimo corso su come diventare un dio della produttività in sette giorni. Qui si parla di roba vera. Di roba che funziona.

E la lezione me l'ha insegnata un film. Ip Man. Quello sul leggendario maestro di Kung Fu.

Ora, tu penserai: "Che cazzo c'entra un film di arti marziali con la produttività?" C'entra, eccome. Perché Ip Man non è il solito film di botte dove menano per due ore e poi buonanotte. No. Ip Man dura quasi due ore, ma di combattimenti veri ce ne sono solo tre. Il resto? Tè. Amici. Vita quotidiana. Lotte normali, quelle che non finiscono sui giornali.

E allora perché piace a tutti? Perché ogni cazzo di combattimento ha un significato. Una ragione. Un peso.

Il primo: difende la casa da un intruso. Il secondo: vendica un amico, manda un messaggio. Il terzo: fa un esempio concreto ai giapponesi che hanno occupato la sua terra. Ip Man non mena per il gusto di menare. Ip Man mena solo quando serve. Solo quando è importante. Solo quando non c'è alternativa.

E questa, amico mio, è la lezione più sporca e più onesta che puoi ricevere sulla produttività.

Guardiamo la giornata tipo di Ip Man. Non quella che vedi nei trailer, ma quella vera, quella che il film ti mostra tra le righe.

Il 70% del tempo, riposa. Sì, hai capito bene. Il settanta per cento. Dorme. Beve tè. Pensa. Crea. Sta con gli amici, con la famiglia. Esce, cammina, si gode la vita. Sembra uno scansafatiche, vero? Sembra uno che spreca tempo. E invece no. Perché il riposo, quello vero, quello profondo, è il carburante di tutto il resto.

Il 20% del tempo, si allena. Si prepara. Affina la tecnica. Diventa più forte, più veloce, più consapevole. Non per sfida, non per dimostrare qualcosa a qualcuno. Per sé. Perché sa che quando arriverà il momento, dovrà essere pronto.

Il 10% del tempo, combatte. Solo quando serve. Solo quando è inevitabile. E in quel 10% mette tutto quello che ha imparato nel 90% precedente. La potenza del riposo. La precisione dell'allenamento. E li trasforma in azione pura.

Questa è la regola del 70/20/10. E funziona per tutto. Anche per te, anche per il tuo lavoro, anche per la tua vita di merda che passi a rincorrere scadenze senza senso.

Oggi siamo programmati male. Ci hanno insegnato che lavorare sempre, spingere sempre, non fermarsi mai è l'unica strada per il successo. E allora ci alziamo alle cinque, rispondiamo alle mail mentre caghiamo, portiamo il lavoro a letto, nel fine settimana, in vacanza. E alla fine cosa otteniamo? Burnout. Depressione. Relazioni distrutte. E una produttività che, guarda caso, precipita.

Perché il corpo umano non è una macchina. È un organismo. E gli organismi hanno bisogno di recupero. Hanno bisogno di sonno, di cibo vero, di relazioni vere, di momenti in cui non fare un cazzo di niente. Il riposo non è tempo perso. È tempo investito. È il momento in cui il cervello processa, ricarica, si prepara.

L'opposto del lavoro importante non è il lavoro noioso. È il riposo. Senza riposo, non hai energia. Senza energia, non hai concentrazione. Senza concentrazione, sbagli. E quando sbagli, paghi. A volte con un cliente che ti manda a quel paese. A volte con un progetto che salta. A volte con un pugno che non hai visto arrivare.

Poi c'è l'allenamento. Il 20%. Quelle cinque ore al giorno, quei momenti in cui non produci ancora, ma ti prepari a produrre. Studi. Impari. Ti informi. Fai pratica. Sbagli in sicurezza, senza che nessuno ti veda. Affini gli strumenti.

Nelle arti marziali, se sbagli in allenamento, ti rialzi e ripeti. Se sbagli in combattimento, perdi. O peggio. Nella vita è uguale. L'allenamento è il posto dove puoi permetterti di fare errori. Dove costruisci le fondamenta. Dove diventi qualcuno che, quando serve, sa cosa fare.

E invece noi tagliamo l'allenamento. Non leggiamo più. Non studiamo più. Non ci aggiorniamo più. Siamo troppo occupati a combattere. E poi ci chiediamo perché perdiamo sempre.

Poi arriva il momento. Il 10%. La riunione importante. La consegna che non può aspettare. La gara. L'esame. Il cliente difficile. La crisi. Il combattimento.

E lì, in quel 10%, devi dare tutto. Devi mettere in campo quello che hai seminato nel 90% precedente. Devi essere feroce, concentrato, implacabile. Perché il combattimento è breve, ma decide tutto.

Il problema è che noi viviamo sempre in combattimento. Trasformiamo ogni cazzo di task in una battaglia. Ogni email in una sfida. Ogni riunione in un torneo. E così bruciamo energie su energie, ci affoghiamo nel micro, perdiamo di vista il macro. E alla fine ci scontriamo con un muro. E scopriamo che non abbiamo più orientamento. Non abbiamo più serenità. Non abbiamo più un cazzo.

Guardati intorno. Quanta gente conosci che vive così? Che corre tutto il giorno, che si riempie di impegni, che non si ferma mai? E quanta di questa gente è veramente felice? Veramente realizzata? Veramente produttiva?

Poca. Molto poca. Perché la produttività vera non è fare tante cose. È fare le cose giuste al momento giusto. È sapere quando spingere e quando frenare. È avere il coraggio di riposare quando tutti lavorano, di allenarsi quando tutti dormono, di combattere solo quando serve.

Ip Man non combatteva per sport. Non combatteva per noia. Non combatteva per dimostrare qualcosa. Combatteva perché c'era una ragione. E quando il combattimento finiva, tornava a bere il tè. Tornava a casa. Tornava alla vita.

Ecco. Questa è la lezione. Non essere un film d'azione senz'anima, di quelli che menano per due ore e alla fine non ti lasciano niente. Sii un classico di culto. Sii Ip Man. Sii un vero maestro.

Riposa. Allenati. Combatti. E tieni queste cose in quest'ordine. Sempre.

Il resto sono chiacchiere. E le chiacchiere, si sa, non hanno mai salvato nessuno. Né sul lavoro. Né nella vita. Né per strada.




sabato 26 ottobre 2024

LA GOMMA CONTRO IL VELENO: JIU JITSU E WING CHUN A CONFRONTO NELLA FOSSA


Hai presente la differenza tra un boa constrictor e un cobra? Tra una morsa che ti schiaccia lentamente e un colpo che ti spegne la luce prima ancora che tu capisca di essere stato morso? Ecco, questa è la differenza tra Jiu Jitsu Brasiliano e Wing Chun. Due mondi. Due filosofie. Due modi diametralmente opposti di trasformare un corpo umano in un'arma... o in un cadavere.

Ma siccome non siamo qui a fare poesia, andiamo dritti al sangue.

Partiamo dal BJJ. Cos'è? È l'arte di portare la guerra dove l'animale umano è più debole: a terra. È la disciplina del contatto totale, del sudore che cola negli occhi mentre cerchi di non soffocare, della pazienza del serpente che aspetta il momento giusto per stringere.

Il BJJ è niente cazzate. È roba da Gracie, da strada brasiliana, da combattimenti veri contro gente più grossa, più forte, più cattiva. Hanno capito una cosa semplice: nella maggior parte delle risse, si finisce a terra. E a terra, chi non sa cosa fare, è un pesce fuor d'acqua. Solo che il pesce, alla fine, lo tirano su. Tu, a terra, ti prendono a calci nella testa.

La biomeccanica del BJJ è spietata. Leve articolari che non lasciano scampo. Strangolamenti che tagliano l'ossigeno al cervello in secondi. Posizioni che ti schiacciano il torace fino a farti sentire le costole che scricchiolano. Non c'è colpo proibito, non c'è dolore che tenga: se sei in una posizione di merda, o ti sottometti o ti rompono qualcosa. Punto.

Ed è onesto. Brutalmente onesto. Perché nel BJJ non preghi, non mediti, non impari a colpire l'aura dell'avversario. Impari a soffocare qualcuno con il tuo stesso braccio mentre lui cerca di strapparti un occhio. Impari a controllare il peso, lo spostamento, il respiro. Impari che la forza da sola non basta, ma che senza forza non vai da nessuna parte.

Il problema? Per arrivare a terra, devi prima sopravvivere alla distanza. E lì, amico mio, il BJJ da solo può farti male. Perché se quello che hai davanti ti sfonda il setto nasale con un gancio mentre tu cerchi la doppia, il tuo tiro perfetto diventa un volo senza ritorno.

E poi c'è il Wing Chun. La leggenda. Il mito. Quello di Bruce Lee, dei guerrieri shaolin, della donna che ha inventato tutto per difendersi dai bruti. Bello, affascinante, misterioso. Peccato che nella realtà, senza il lavoro giusto, senza l'integrazione brutale, diventi spesso una danza senza senso.

Il Wing Chun lavora sulla corta distanza. Sulla linea centrale. Sull'attacco diretto, simultaneo alla difesa. L'idea è semplice: se io colpisco mentre blocco, non ti do il tempo di reagire. Se io occupo il tuo spazio, ti schiaccio, ti annullo, ti impedisco di esprimere qualsiasi tecnica.

La biomeccanica del Wing Chun è quella del colpo secco, penetrante, che non viene da lontano ma nasce già a contatto. Il chain punch, la raffica di pugni che sembra una mitragliatrice. Il pak sao, la mano che devia e colpisce nello stesso movimento. Il chi sao, le mani appiccicose che ti insegnano a sentire l'intenzione dell'avversario prima ancora che lui la realizzi.

Sulla carta è fantastico. Nella pratica, nella fossa, nella strada vera, ha crepe enormi.

Primo: manca il tappeto. Nel Wing Chun tradizionale, non cadi. Non lotti a terra. Non sai cosa fare quando il match finisce sul cemento. E siccome la strada è cemento, se il tuo chain punch non lo mette giù subito, tu sei fottuto.

Secondo: manca la pressione vera. Troppo spesso il Wing Chun si allena contro avversari compiacenti, che attaccano in un certo modo, che si muovono in un certo range. Quando arriva il branco, quando arriva la furia, quando arriva quello che non rispetta la linea centrale e ti viene addosso come un toro, il tuo sistema va in tilt.

Terzo: troppa roba inutile. Movimenti eleganti, posizioni basse, teoria sulla circolazione dell'energia. Bella roba. Peccato che mentre pensi all'energia, qualcuno ti sta sfondando i denti con una testata.

Mettiamoli uno di fronte all'altro. Jiu Jitsu contro Wing Chun. In palestra, con le regole, vince il BJJ. Sempre. Perché appena il wingchunista sbaglia un colpo, appena viene chiusa la distanza, finisce a terra e lì non ha nessuna chance. Il BJJ lo avvolge, lo schiaccia, lo strangola. Fine.

Ma in strada? In strada cambia tutto. Perché il wingchunista, se è sveglio, se ha integrato, se non è uno che crede alle favole, può fare danni seri prima che il contatto arrivi a terra. Può colpire gli occhi, la gola, l'inguine. Può usare la raffica per confondere e cercare il colpo secco che spegne. Può, se ha capito la lezione, non lasciarsi afferrare.

Perché la verità è che il Wing Chun, nella sua essenza più sporca, più infima, più lontana dalle palestre lucide, è un'arte da assassini. Colpisci dove fa male, colpisci subito, colpisci senza preavviso. Non c'è sport, non c'è rispetto, non c'è arbitro. C'è solo tu e l'altro, e tu devi finirlo prima che lui capisca cosa sta succedendo.

ALLORA CHI VINCE?

Nessuno. O forse tutti e due, dipende.

Dipende da chi li incarna. Un BJJ senza striking, senza capacità di gestire la distanza in piedi, è un uomo morto che cammina. Un Wing Chun senza ground game, senza la capacità di lottare da terra, è un cadavere in attesa di essere seppellito.

La differenza vera non è tra le arti. La differenza è tra chi le vive e chi le sogna. Tra chi le ha testate sulla propria pelle, con 52 traumi a testimoniare, con allievi che si sono rivoltati, con l'arroganza che ti porti dietro e la consapevolezza che hai sbagliato un sacco di volte. E chi invece le ripete come un pappagallo, convinto che la tradizione lo salverà.

Il BJJ è la gobba del cammello: ti porta lontano, ti sostiene, ti fa sopportare pesi enormi. Ma se non bevi, se non ti nutri, se non impari a colpire, quella gobba diventa solo un bersaglio.

Il Wing Chun è il veleno del serpente: rapido, letale, preciso. Ma se non hai le zanne, se non hai il veleno, se non sai gestire quando il cobra ti avvolge, sei solo un ramo secco che si agita nel vento.

Io, dopo una vita passata a mettere insieme ossa rotte e lezioni imparate, ho smesso da tempo di fare distinzioni. Non mi interessa cosa pratichi. Mi interessa cosa sei disposto a fare quando non ci sono regole, quando non c'è via d'uscita, quando l'unica opzione è sopravvivere.

Il resto è chiacchiere. E le chiacchiere, in strada, le paghi care.