giovedì 7 novembre 2024

La Favola della Velocità: Perché i Pugni del Wing Chun si Sbriciolano sul Ring

Nel mondo delle arti marziali, ci sono leggende metropolitane che non vogliono morire. Una di queste è la presunta invincibilità del Wing Chun, lo stile di kung fu reso celebre da Bruce Lee, e la sua velocità fulminea. Si racconta di pugni così rapidi da essere invisibili, di catene di colpi inarrestabili, di una sensibilità tattile che permette di anticipare qualsiasi mossa.

Poi, nella realtà, succede che un "maestro" con una discendenza diretta da Ip Man sale sul ring e viene distrutto da un pugile dilettante che combatte con un solo braccio .

Questo è successo nel 2018. Un evento documentato, filmato, che dovrebbe aver chiuso la discussione per sempre. E invece no. Continuiamo a chiederci: perché la velocità del Wing Chun non può essere usata nel pugilato? La risposta è semplice, sporca e scomoda: perché nel pugilato non si combatte nel salotto di casa. E perché la velocità, senza una struttura che la sostenga, è solo un gesto atletico che ti farà stendere.

Partiamo da un presupposto che i cultori del Wing Chun amano sbandierare: la sensibilità. Nei forum specializzati si legge che "il senso del tatto è sei volte più veloce della vista" . Fantastico, vero? In un mondo ideale, il praticante di Wing Chun tocca l'arma dell'avversario, ne "sente" l'intenzione e risponde con un contrattacco fulmineo sulla linea centrale.

Peccato che sul ring di boxe nessuno ti regali quel contatto. Un pugile passa la carriera a imparare come non farsi toccare. La sua arma principale non è il pugno, è il piede. Il gioco della boxe si chiama gestione della distanza. Un pugile sta fuori portata, balla, ti studia. Entra con un jab secco e fulmineo, colpisce e immediatamente si riporta fuori gittata . È un pescecane che attacca e si allontana, non un lottatore di sumo che cerca lo scontro corpo a corpo.

Il Wing Chun, al contrario, deve entrare in quella distanza folle per funzionare. Deve incollarsi a te. Ma per farlo, deve attraversare la "terra di nessuno" dove il pugile è il padrone assoluto: il medio e lungo raggio. Mentre il wingchunista avanza con le mani in avanti nella classica struttura a "porta", il pugile lo inonderà di jab. E non uno solo. Ne piazzerà tre, quattro, dieci. Ognuno di quei colpi non è lì per essere "sentito" e deviato. È lì per distruggere il tuo piano.

Il tentativo di intercettare quei colpi con un "pak sao" o un "tan sao" è una scommessa persa. Il jab del pugile non aspetta, non insiste, non ti regala il contatto. Va e viene. Quando la tua mano parte per deviare, il pugno è già tornato indietro, e spesso un secondo pugno è già in arrivo . State pur certi che la tanto decantata sensibilità tattile serve a ben poco quando non hai niente da toccare.

C'è un altro mito da sfatare: la velocità. Si dice che il pugno del Wing Chun sia uno dei più rapidi in assoluto, con un bassissimo telegrafo . Sarà anche vero. Ma a che serve una pallottola di gomma?

I pugni del Wing Chun sono scoppiettanti, veloci, ma corti. La potenza nel pugilato non viene solo dal braccio, ma da una catena cinetica che coinvolge polpacci, fianchi, spalle. È un trasferimento di massa. Il pugno del wingchunista, spesso, si ferma al gomito. È un colpo "spinto" più che "sbattuto". Va bene se devi colpire un avversario già in difficoltà alla cassa di un supermercato, ma sul ring, contro un avversario che sa incassare e che ha i muscoli del collo d'acciaio, quei pugni diventano schiaffi.

L'ex pugile e maestro di arti marziali John Crescione, che di scontri se ne intende, nota come la boxe non sia solo attacco, ma una difesa di mobile. Il gioco di gambe, lo schivare, il coprire il volto con le spalle e i guantoni, il "clinche" (la corta distanza) per riprendere fiato: sono tutte arti che il Wing Chun ignora o sottovaluta .

Un boxer non si preoccupa solo di dare pugni, ma di incassarli. È abituato al dolore, alla fatica, al sangue. Un praticante di Wing Chun, chiuso nella bolla del suo training in palestra, spesso non lo è. E quando quel primo jab ti sbatte il naso all'indietro e ti fa vedere le stelle, tutto il tuo castello di carte fatto di linee centrali e mani appiccicose crolla miseramente.

La storia è piena di questi incontri. Quello del 2018 è solo l'ultimo, il più tragico e il più comico allo stesso tempo. Un maestro di Wing Chun, con tutte le credenziali del caso, messo KO da un ragazzo con un braccio solo. Un pugile dilettante con un arto inutilizzabile che, muovendosi, colpendo e rientrando, ha fatto a pezzi la "Scienza del Combattimento" cinese .

La scusa del maestro sconfitto? Non gli avevano dato da mangiare abbastanza. Non aveva avuto la sua cioccolata. Questa non è una scusa, è la perfetta metafora di un'intera arte marziale che vive in un mondo fatato, dove la vittoria dipende dal catering.

La verità, brutale e sporca, è che il Wing Chun, così come viene insegnato nella stragrande maggioranza delle palestre, non è progettato per un ambiente competitivo come il ring. È nato per gli scontri in spazi angusti, per autodifesa da strada, forse. Ma sul ring, con le sue regole, il suo spazio aperto e la sua natura implacabile, i suoi principi diventano zavorre.

Lo stesso Bruce Lee, dopo il suo celebre scontro con Wong Jack Man a San Francisco, capì di avere le mani gonfie per aver colpito ripetutamente la nuca di un uomo che scappava. In quell'istante capì che il Wing Chun "non era poi così pratico" . Da lì iniziò a evolversi, a creare il suo Jeet Kune Do, che attingeva a piene mani proprio dalla boxe e dalla scherma. Aveva capito che la purezza dello stile è una prigione.

La velocità del Wing Chun è una favola. Sul ring di boxe non serve a nulla, perché non è supportata da un gioco di gambe adeguato, da una gestione della distanza realistica e da una potenza capace di fare davvero male . È la velocità del tizio che gesticola al bar, non quella del tiratore scelto.

Il pugilato non è uno stile, è una scienza crudele e spietata che si è evoluta attraverso migliaia di incontri, di sangue, di sconfitte. Il Wing Chun, nella sua forma ortodossa, è un fossile. Un fossile affascinante, ricco di storia, ma pur sempre un fossile. E se lo porti sul ring, contro un pugile, anche uno con un braccio solo, finisce in frantumi. Perché sul ring non ci sono cioccolatini, ma solo pugni. E quelli veri, fanno male.

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