lunedì 4 novembre 2024

La prossima volta che vieni, porta la bara: Leung Jan e la violenza come farmacia


Ho trascorso anni a cercare Leung Jan, e naturalmente non l'ho mai trovato. Non si trova un uomo che non ha mai voluto essere trovato, che ha passato la vita a rendersi invisibile mentre costruiva uno dei sistemi di distruzione più efficaci che il Sud della Cina abbia mai partorito. Quello che ho trovato, invece, sono state le tracce del suo passaggio: ossa rotte di uomini che avevano sfidato il farmacista e poi erano tornati a casa con un braccio che non funzionava più, con una spalla che non avrebbe mai più permesso loro di alzare un braccio sopra l'orizzonte, con la certezza silenziosa che esiste una classe di uomini che uccidono senza alzare la voce, e che Leung Jan ne faceva parte.

Foshan, nella seconda metà dell'Ottocento, non era la cartolina che i manuali di arti marziali vendono oggi ai praticanti occidentali in cerca di spiritualità a buon mercato. Era un crogiolo di merda e sangue, un porto fluviale dove le merci dell'Impero Britannico scaricavano oppio e raccoglievano seta, dove la dinastia Qing mostrava le sue ossa marce ai venti della Storia, dove le società segrete tessevano tele di ragno nei retrobottega delle botteghe, aspettando il momento di affondare i denti nella gola dei Manciù. Era in questo macello che Leung Jan mescolava erbe medicinali dietro il bancone della sua erboristeria, e mentre mesceva polveri per febbri e decotti per mal di pancia, riceveva visitatori.

Arrivavano da Canton, da Hong Kong, dai villaggi sperduti del delta del Fiume delle Perle. Arrivavano con la mandibola serrata e la sfida incollata agli occhi, perché il wing chun era già allora una leggenda che correva lungo le rotte fluviali, e la leggenda diceva che in quella bottega viveva un uomo che aveva ridotto il combattimento a scienza esatta, a chimica del corpo, a qualcosa che assomigliava più alla matematica che alla lotta. Entravano, e Leung Jan li guardava senza muovere un muscolo della faccia, con quegli occhi che i testimoni descrivono come privi di qualsiasi emozione, vuoti come quelli di un pesce già sventrato. Li guardava, e loro capivano in quel momento di avere già perso.

Perché la violenza che Leung Jan praticava non aveva nulla a che vedere con quella che i suoi sfidanti conoscevano. Non era la violenza della sfida, del rito, della dimostrazione pubblica. Era la violenza della farmacia: precisa, necessaria, definitiva. Quando un uomo entrava da Leung Jan con l'intenzione di metterlo alla prova, usciva pochi secondi dopo con qualcosa di rotto — un gomito, una clavicola, una certezza — e non era mai sicuro di come fosse successo. I racconti che i posteri hanno tramandato parlano di una frazione di tempo, di un movimento invisibile, di un corpo che si piegava senza che nessuno avesse visto il pugno che lo aveva colpito. Erano bugie, naturalmente, perché ogni testimonianza su Leung Jan è inevitabilmente una bugia. Ma erano bugie che dicevano una verità più profonda: che il farmacista operava su un piano di realtà diverso da quello dei suoi contemporanei, e che su quel piano lui era l'unico legislatore.

Il wing chun che Leung Jan praticava e trasmetteva era, nella sua sostanza più intima, un dispositivo anti-umano. Laddove gli altri stili marziali dell'epoca costruivano macchine spettacolari — gambe che si alzavano oltre la testa, salti che sfidavano la gravità, coreografie di avambracci che incantavano le folle nelle feste dei villaggi — lui aveva ridotto il corpo a strumento di pura economia: la distanza più breve tra due punti, la forza minima necessaria a produrre il danno massimo, l'angolo che rende inutile qualsiasi tentativo di resistenza. Chi lo osservava da fuori vedeva un uomo di mezza età, non particolarmente imponente, che sembrava non fare nulla mentre l'avversario crollava. Ma chi stava dall'altra parte — quelli che sopravvivevano abbastanza a lungo da poterlo raccontare — sapeva che quel nulla era l'esito di decenni di lavoro su se stesso, di una spoliazione sistematica di tutto ciò che non serviva, di un addestramento alla brutalità così radicale da diventare invisibile.

La genealogia del wing chun è un campo minato di menzogne interessate, e il nome di Leung Jan è l'epicentro di questa zona contaminata. Chi gli aveva insegnato? Leung Bik, figlio del leggendario Leung Yee Teai? Wong Wah Bo, il maestro della barca del riso, che aveva imparato dal monaco errante? O forse nessuno, perché le genealogie marziali cinesi non sono mai state documenti storici ma strumenti di legittimazione politica, e chi deteneva il controllo della narrazione deteneva anche il controllo della trasmissione, e chi deteneva il controllo della trasmissione deteneva il potere di definire cosa fosse il wing chun e cosa non lo fosse. Leung Jan era il nodo in cui queste linee di forza convergevano, e la sua stessa opacità lo rendeva perfetto per il ruolo di antenato mitico: non si poteva verificare nulla, e quindi si poteva inventare tutto.

E inventarono, eccome. Inventarono che aveva sconfitto centinaia di sfidanti senza mai perdere, che la sua fama si era sparsa in tutta la Cina meridionale, che i maestri di altri stili venivano a inchinarsi davanti alla sua erboristeria. La verità era probabilmente più banale e più terrificante: che Leung Jan aveva costruito intorno a sé una reputazione tale che pochi avevano il coraggio di sfidarlo davvero, e che quei pochi che lo facevano venivano rispediti a casa in condizioni tali da dissuadere chiunque altro dal ripetere l'esperimento. La violenza, quando è sufficientemente efficiente, produce il suo stesso silenzio. Non c'è bisogno di uccidere cento uomini quando bastano tre o quattro corpi rotti per far passare la voce che da quel farmacista è meglio non andare.

Negli ultimi anni della sua vita, Leung Jan fece qualcosa che gli agiografi faticano a spiegare senza ricorrere a contorsioni retoriche. Si ritirò nel villaggio natale di Gulao, e lì smise di insegnare il wing chun che aveva trasmesso a Foshan. Ne sviluppò un'altra versione — più essenziale, più interna, più ridotta — che alcuni chiamarono "wing chun dei vecchi" e che sembrava quasi una ritrattazione di tutto ciò che aveva costruito. La tradizione ufficiale racconta che questo fu il segno della sua saggezza suprema, il maestro che va oltre la forma per toccare l'essenza. Ma io, dopo anni a frequentare le palestre e i vicoli di Hong Kong, ho imparato a diffidare delle spiegazioni che profumano troppo di incenso. Forse Leung Jan, alla fine della vita, aveva semplicemente capito qualcosa che non poteva trasmettere perché nessuno era pronto ad ascoltarlo. Forse aveva capito che il sistema che aveva costruito era troppo pericoloso per essere diffuso, che la violenza che aveva distillato come un alchimista era troppo pura per mani inesperte. Forse si era guardato intorno, aveva visto cosa stava diventando il mondo, e aveva scelto di portarsi la verità nella tomba.

Perché questa è la cosa che nessuno vuole ammettere sul wing chun: che è nato bastardo, è cresciuto bastardo, e solo quando è stato castrato e addomesticato è diventato presentabile. Le forme eleganti che si insegnano oggi nelle palestre di Milano e Parigi, il chi sao gentile come scambio di cortesie, la filosofia della non-violenza applicata al combattimento — tutto questo è la negazione di ciò che Leung Jan rappresentava. Lui non costruiva uomini migliori, costruiva macchine per rompere altri uomini. Non insegnava l'armonia, insegnava l'angolo che rende inutile la forza altrui. Non predicava la pace, praticava la violenza come un chirurgo pratica l'incisione: senza odio, senza rabbia, senza la minima esitazione.

La leggenda dice che Leung Jan non fu mai fotografato. Non esiste una sua immagine, non un ritratto, non uno schizzo. È come se avesse voluto cancellare ogni traccia di sé, lasciare solo il sistema, solo le ossa rotte dei suoi avversari, solo la certezza che in una certa erboristeria di Foshan viveva un uomo che non dovevi sfidare se tenevi alla tua incolumità. È questa assenza che lo rende perfetto per il ruolo che la storia gli ha assegnato: un uomo che non esiste, e proprio per questo può contenere tutto ciò che ogni generazione successiva ha bisogno che contenga. I maestri di wing chun di oggi si inchinano davanti al suo nome, recitano le sue gesta, costruiscono altari alla sua memoria. Ma se Leung Jan tornasse, se entrasse in una delle loro palestre e vedesse cosa è diventata la sua arte, probabilmente li romperebbe tutti, uno dopo l'altro, senza dire una parola, e poi se ne andrebbe a mescolare le sue erbe in silenzio, lasciandosi dietro solo il rumore dei corpi che cadono.

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