Nel vasto e spesso patetico mondo delle arti marziali tradizionali, poche domande sono tanto ridicole quanto affascinanti quanto questa: "Il Wing Chun Kung Fu può renderti inarrestabile?"
La domanda stessa è un capolavoro di ingenuità. Presuppone che esista una formula segreta, una combinazione di mosse, un antico segreto cinese tramandato da maestri illuminati che, una volta appreso, ti trasformi in una macchina da guerra umana. È la stessa mentalità di chi cerca la pillola magica per dimagrire o il corso di 10 minuti per diventare milionario.
La risposta, nella sua brutale semplicità, è questa: no. Il Wing Chun non può renderti inarrestabile. Niente può renderti inarrestabile. E se il tuo obiettivo è diventarlo, stai già sbagliando tutto.
Ma analizziamo questa domanda con la precisione di un bisturi, perché merita di essere squartata e osservata nel suo cadaverico splendore.
Prima di tutto, definiamo il termine. "Inarrestabile" significa che nessuno può fermarti. Significa che potresti affrontare un pugile professionista, un lottatore di MMA, un criminale armato, e uscirne vincitore senza nemmeno sporcarti la camicia.
Esiste una persona del genere? No. Esistono pesi massimi che fanno paura, esistono specialisti del knockout, esistono lottatori con una resistenza sovrumana. Ma esistono anche telecamere, e su YouTube potete trovare decine di video di questi "inarrestabili" che vengono stesi come tappeti da sconosciuti.
Khabib Nurmagomedov è stato forse l'uomo più dominante nella storia delle MMA. Sembrava inarrestabile. Poi si è ritirato, e la vita è continuata. Anche lui, come tutti, in un contesto diverso, con regole diverse, contro un avversario diverso, avrebbe potuto perdere. L'invincibilità non esiste.
E allora perché qualcuno dovrebbe pensare che un antico stile di kung fu possa fornirla?
Il Wing Chun è un sistema di combattimento. Punto. Ha dei principi, delle tecniche, una filosofia. Come tutti i sistemi di combattimento, ha punti di forza e debolezze. I suoi punti di forza sono il combattimento a distanza ravvicinata, i colpi in catena, la struttura. I suoi punti deboli sono la mancanza quasi totale di un gioco di gambe funzionale, la dipendenza dal contatto per funzionare, l'assenza di un vero lavoro contro avversari che si muovono e colpiscono a distanza.
Pensare che il Wing Chun ti renda inarrestabile è come pensare che un martello ti renda un carpentiere. Il martello è uno strumento. Il carpentiere è colui che sa usare il martello insieme a sega, cacciavite, metro e livella. Il Wing Chun è uno strumento. Tu devi diventare il carpentiere.
E qui casca l'asino.
Il problema del Wing Chun moderno, e di molte arti tradizionali, è che si è trasformato in una bolla. Una confortevole, calda, rassicurante bolla.
Dentro questa bolla, tutto funziona. Il Chi Sao (le "mani appiccicose") diventa una danza ipnotica dove due persone si toccano e cercano di sbilanciarsi a vicenda. I colpi partono e si fermano a un millimetro dalla pelle. Gli attacchi arrivano lentamente, in modo prevedibile, per permettere all'allievo di esercitarsi nella parata.
Fuori dalla bolla, la realtà è diversa.
Fuori, un pugno arriva senza preavviso, alla massima velocità, e punta a spezzarti la mandibola. Fuori, se qualcuno ti prende a calci, non ti dà il tempo di abbassare la mano e fare un "gan sao". Fuori, la gente non sta ferma ad aspettare che tu completi la tua bellissima sequenza di tre colpi ininterrotti sulla linea centrale.
Il Wing Chun tradizionale, quello che si vede nella maggior parte delle palestre, ha un problema fondamentale: si allena contro il Wing Chun. I praticanti passano anni a sviluppare sensibilità contro altri praticanti di Wing Chun, a trovare varchi in guardie che sono guardie di Wing Chun, a rispondere ad attacchi che sono attacchi di Wing Chun.
Poi, un giorno, qualcuno di loro sale su un ring contro un pugile. E scopre che il pugile non si muove come un wingchunista. Non allinea il suo centro al tuo. Non cerca il contatto. Non ti regala le braccia per fare il "lop sao". Ti bombarda di jab da lontano, ti entra e ti esce, ti colpisce e si sposta. E il wingchunista, con il suo bagaglio di tecniche progettate per un altro mondo, si ritrova nudo, confuso, e spesso a terra.
Un'altra piaga del Wing Chun è la dittatura della tecnica. In molte scuole, c'è un modo giusto e un modo sbagliato di fare le cose. Il "tan sao" deve essere a 45 gradi, il "bong sao" deve avere il gomito all'altezza giusta, la posizione deve essere perfettamente triangolare.
Questa attenzione maniacale alla forma è l'anticamera della sconfitta in un combattimento reale.
Perché in un combattimento reale non esiste la tecnica giusta. Esiste quella che funziona in quel millesimo di secondo, con quella specifica angolazione, contro quell'avversario specifico. Puoi avere il "bong sao" più perfetto della storia, ma se l'avversario ti ha già sfondato la guardia con un montante, quel "bong sao" servirà solo a farti sembrare elegante mentre cadi.
Il Wing Chun, nella sua forma più ortodossa, insegna il "come" ma dimentica di insegnare il "perché". Insegna la forma ma trascura la funzione. Insegna la tecnica ma ignora la strategia.
E la strategia, nel combattimento, è tutto. Sapere quando colpire, quando ritirarsi, quando cambiare angolo, quando spezzare il ritmo. Tutte cose che il Wing Chun, da solo, non ti insegna.
Bruce Lee è il più grande ambasciatore che il Wing Chun abbia mai avuto. Ha studiato con Ip Man, ha assorbito i principi dello stile, li ha fatti suoi. Poi li ha abbandonati.
Perché? Perché Bruce Lee era un combattente, prima che un attore. E da combattente, capì che il Wing Chun era una gabbia. Una gabbia dorata, piena di principi affascinanti, ma una gabbia.
Lo scontro con Wong Jack Man a San Francisco nel 1964 fu il suo momento di verità. Un combattimento durato minuti, non secondi. Bruce Lee, il maestro di Wing Chun, faticò enormemente contro un avversario che semplicemente scappava, si muoveva, non stava fermo. Dopo quell'incontro, Lee iniziò a sviluppare il Jeet Kune Do, il "Modo del Pugno Intercettore". Un sistema che prendeva ciò che funzionava dal Wing Chun, ma aggiungeva ciò che mancava: gioco di gambe dalla scherma, potenza dalla boxe, fluidità e adattabilità.
Bruce Lee capì che l'inarrestabilità non si trova in uno stile. Si trova nell'individuo. Nella sua capacità di adattarsi, di imparare, di mescolare, di buttare via ciò che non serve. Lui diceva: "Assorbi ciò che è utile, scarta ciò che è inutile". Una frase che i suoi stessi seguaci, quelli rimasti ancorati al Wing Chun puro, sembrano aver dimenticato.
Allora, il Wing Chun è inutile? No, non è inutile. Ma bisogna capire cosa può realmente dare.
Il Wing Chun può darti una comprensione profonda della distanza ravvicinata. Può insegnarti a colpire in catena, a non sprecare movimento, a usare la struttura del corpo per generare forza. Può darti una sensibilità tattile che, in un contesto di clinch e lotta, può essere preziosa.
Ma non può darti tutto. E pretendere che lo faccia è l'errore madornale di chi cerca la scorciatoia, la formula magica, l'arte marziale suprema.
Il Wing Chun non ti insegnerà a incassare un pugno. Non ti insegnerà a muoverti su un ring. Non ti insegnerà a difenderti da un calcio circolare. Non ti insegnerà a lottare a terra. Sono competenze che devi andare a cercare altrove.
La domanda originale era: "Il Wing Chun Kung Fu può renderti inarrestabile?" La risposta è no. Non può. Non può perché niente può. L'invincibilità non esiste, e chi la cerca finirà sempre per sbattere contro un muro più duro di lui.
Ma il Wing Chun può renderti un combattente migliore? Sì, se integrato con altre discipline. Può renderti più consapevole del tuo corpo? Sì, se insegnato bene. Può darti strumenti utili per la difesa personale? Sì, in determinati contesti e situazioni.
Il problema non è il Wing Chun. Il problema è la narrazione che gli è stata cucita addosso. Quella di un'arte marziale segreta e superiore, capace di trasformare un impiegato in un guerriero invincibile. È una narrazione commerciale, una favola per adulti che vogliono credere che esista una via facile.
La verità è molto più sporca e molto più semplice: per diventare un combattente, devi combattere. Devi prendere colpi, devi sudare, devi perdere, devi rialzarti e imparare dai tuoi errori. Devi mescolare, adattare, evolvere. Devi fare quello che fece Bruce Lee: prendere il Wing Chun, riconoscerne i limiti, e andare oltre.
Solo allora, forse, potrai diventare qualcosa di molto raro e prezioso. Non inarrestabile. Ma semplicemente... pericoloso.
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