La storia non inizia con un saggio.
Inizia con il rumore di una porta sfondata e l'odore del legno che brucia. Inizia con banditi che scendono dalle montagne e soldati che non fanno domande. Inizia con la Cina del XVII secolo, un paese a pezzi, un territorio di confine chiamato delta del Fiume delle Perle, dove la legge era solo una parola scritta da qualche parte e la giustizia si misurava in pollici di lama e secondi di reazione.
In quel posto, in quel tempo di merda, nasce il Wing Chun.
Non cercare storie di monache buddiste e templi sacri. Quelle sono favole per turisti con la macchina fotografica al collo. La verità è più sporca e molto più semplice: il Wing Chun è figlio della necessità. È quello che succede quando metti insieme contadini, pescatori, operai delle saline e gli dici: "Domani tornano quelli che vi hanno spogliato ieri. Cosa portate nelle mani?".
Portavano questo. Un pugno che parte dal centro e non torna indietro finché non ha trovato carne. Una struttura fatta per respingere senza indietreggiare, perché indietro c'è il muro, il fiume, tua moglie che urla. Un'arte marziale che non ha bisogno di spazio, perché nello spazio che hai – quel metro quadrato di merda che ti lasciano – ci devi vivere, morire e ammazzare.
Prova a immaginare il Wing Chun come l'antitesi di tutto ciò che pensi di sapere sulle arti marziali.
Non c'è il salto acrobatico. Non c'è il calcio girato. Non c'è il tempo per caricare, per misurare, per pensare. C'è solo la linea retta che unisce il tuo centro al centro di chi hai davanti. È la via più breve, la più brutale, la più logica. La meccanica dei fluidi applicata alla sopravvivenza: l'acqua non gira intorno all'ostacolo, lo aggira nel modo più veloce, e se non può aggirarlo, lo spazza via.
I pionieri del Wing Chun, quelli veri, non tenevano lezioni. Non avevano dojo con pavimenti lucidi e foto di Ip Man appese al muro. Avevano strade, moli, vicoli. Avevano mani callose e occhi che avevano visto cose che tu non vedrai mai. Ip Man, l'uomo che avrebbe portato tutto questo a Hong Kong e poi al mondo, non era un santone. Era un uomo che aveva attraversato guerre, rivoluzioni, fughe. Quando insegnava, non parlava di spirito e armonia. Parlava di struttura. Di angoli. Di come un pugno che parte da tre pollici dal corpo può avere la stessa potenza di uno che parte da un metro, se sai come usare la cazzo di fisica.
A cosa serviva, allora?
A vivere. Nient'altro. A camminare per strada e tornare a casa la sera. A dire di no a chi ti chiedeva qualcosa che non volevi dare. A proteggere quello che era tuo quando l'unica legge era quella del più forte, del più veloce, del più disperato.
Poi il mondo è cambiato.
Oggi, il Wing Chun è una macchia in un mare di opzioni.
Entra in qualsiasi palestra di qualsiasi città e vedrai ragazzi che fanno Jiu-Jitsu Brasiliano con la dedizione di monaci zen. Vedrai pugili che saltano la corda come ballerine. Vedrai lottatori di MMA che mettono insieme pezzi di tutto, come Frankenstein del combattimento, cucendo addosso a sé un corpo fatto di ginocchiate thailandesi, ganci del pugilato e leve dal grappling.
In questo mercato delle carni, il Wing Chun che posto ha?
La risposta che sentirai dai benpensanti, dai ragionieri della rissa, è: nessuno. Ti diranno che il Wing Chun non funziona nell'ottagono. Che manca di sparring vero. Che i suoi movimenti sono troppo corti, troppo legati a una distanza che nei match moderni non esiste più. Che il Chi Sao, quella danza di mani che incollano, crea solo l'illusione del controllo.
E in parte, porca puttana, hanno ragione.
Porta uno specialista di Wing Chun puro in gabbia contro un lottatore di MMA di medio livello e guardalo morire. Lo faranno a pezzi. Lo porteranno a terra, dove lui non sa stare. Lo allontaneranno con i calci, impedendogli di entrare in quella benedetta distanza corta dove lui è dio. Lo stancheranno, perché il Wing Chun tradizionale non ti prepara ai cinque minuti di inferno continuo.
Sembra finita. Sembra che quest'arte marziale sia solo un reperto archeologico, un fossile che qualcuno si ostina a lucidare mentre intorno corre la Formula 1.
Ma la questione è un'altra, e nessuno la racconta.
Il Wing Chun oggi non serve a vincere un match. Non è mai servito a quello.
Il Wing Chun serve a sopravvivere a quel coglione che ti si avvicina troppo al bancomat. Serve a gestire quello spazio maledetto in cui il tipo che hai davanti puzza di vino e ha le mani che gli tremano, e tu senti che se non fai qualcosa nei prossimi due secondi, quella tremito diventa una spinta, e quella spinta diventa un coltello.
In quello spazio, in quel momento, le MMA non esistono. La gabbia non c'è. Le regole non ci sono. C'è solo la fisica dei corpi vicini e la necessità di finire la storia prima che inizi.
Il Wing Chun in quello spazio è ancora il re.
Perché ti insegna a stare dritto senza cadere. Ti insegna a sentire l'intenzione dell'altro prima che lui stesso sappia cosa vuole fare. Ti insegna a colpire senza preparare il colpo, a respirare mentre stringi i denti, a usare la forza che viene dall'altro per ritorcergliela contro come un boomerang di merda.
Oggi le palestre di Wing Chun sono piene di gente che cerca altro. C'è il quarantenne che vuole fare movimento senza farsi male. C'è il ragazzino che ha visto Ip Man al cinema e vuole sentirsi Bruce Lee. C'è il filosofo da strapazzo che cerca la via spirituale.
Poi ci sono quelli che sanno.
Quelli che hanno capito che in un mondo dove tutti insegnano a combattere, nessuno insegna più a sopravvivere. Quelli che sanno che la strada non è un ottagono, il cemento non è un tappeto e l'uomo che hai davanti non si fermerà al primo "stop".
Per quelli, il Wing Chun è ancora la risposta. Non la risposta totale, non la soluzione a tutto, ma quel pezzo mancante che tutti gli altri stili hanno dimenticato: la gestione del terrore a distanza zero.
Il Wing Chun non è morto. È solo in letargo, in attesa che il mondo si ricordi di nuovo che la violenza non è uno sport.
Viviamo nell'epoca delle arti marziali sportivizzate, igienizzate, trasformate in prodotto da consumare con l'abbonamento mensile. Tutto è diventato bello, pulito, giusto. Ci sono cinture da conquistare, gradi da scalare, medaglie da appendere al collo.
Poi, una notte, in un vicolo buio, tutto questo sparisce.
E in quel momento, quando lo spazio si riduce a niente e il tempo si ferma, il vecchio pugno che parte dal centro, quello che non ha bisogno di caricare, quello che viaggia dritto come una condanna, torna a essere l'unica cosa che conta.
Il Wing Chun è nato lì, in quel vicolo, secoli fa. E aspetta solo che qualcuno ci torni.
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