Ok, sedetevi e ascoltate. Basta con le cazzate. Basta con i video patinati dove due tipi in tenuta da kung fu si toccano appena gli avambracci e fanno "pak sao" e "lop sao" con la grazia di due ballerini di danza classica. Oggi parliamo del Wing Chun nella merda della strada vera. Quella senza regole, senza tappetini, senza quel fighetto col codino che ti guarda e annuisce compiaciuto.
La domanda è: quanto è realistico parare un colpo da distanza ravvicinata in uno scontro di strada usando il Wing Chun?
La risposta brutale? È una lotteria. E se sei sfigato, perdi e ti porti a casa i denti in tasca.
Analizziamo la situazione con onestà, senza il filtro della sala e dell'ego del maestro.
Uno scontro di strada non è un incontro. Non c'è un arbitro, non c'è un "inizio" quando siete pronti. Inizia e basta. E inizia quasi sempre a distanza zero. Nel senso che l'altro tizio ti è già addosso, ti ha spinto, ti ha afferrato, o sta già caricando un destro mentre tu stavi ancora pensando "ma chi è 'sto qua?".
A quella distanza, il tuo bel "pak sao" (quella parata a palmo aperto che fai mille volte al sacco) diventa un esercizio di fisica disperata. Il cervello umano ha un tempo di reazione medio di circa 0.25 secondi per uno stimolo visivo. Un punto lanciato da un metro di distanza impiega molto meno di mezzo secondo per arrivarti in faccia.
Traduzione: quando il tuo cervello elabora "cazzo, mi sta tirando un pugno", il pugno è già a metà strada. E tu devi ancora decidere quale braccio alzare, in che direzione muoverti, e sperare che la parata intercetti quella massa d'ossa e rabbia che sta arrivando.
Il Wing Chun si vanta del "Chi Sao", le mani appiccicose. L'idea è meravigliosa: sviluppare una sensibilità tale che il tuo corpo reagisca al contatto prima ancora che il tuo cervello pensi. In teoria, se sei già a contatto con l'avversario, puoi sentire la sua intenzione e deviare il colpo sul nascere.
Peccato che nella strada, nessuno ti dica "prima ci tocchiamo i polsi per 5 secondi, poi iniziamo". Il primo contatto che hai con l'aggressore è spesso il suo pugno che ti spacca il setto nasale. Non c'è "sensibilità" che tenga quando non c'è contatto preventivo. Il Chi Sao è un gioco di percezione utile, ma è la cocaina dei praticanti: ti fa sentire invincibile in palestra, e ti lascia scoperto e vulnerabile quando il contesto cambia.
La Parata Non Esiste. Esiste l'Intercettazione.
I maestri veri, quelli che hanno visto la strada, non parlano di "parare". Parlano di intercettare. E qui il Wing Chun ha un principio che non fa una piega: la linea centrale. L'idea è che, invece di rincorrere il colpo dell'avversario (un'impresa disperata data la velocità), tu colpisci attraverso il suo attacco. Mandi la tua mano dritta in avanti, sulla stessa traiettoria della sua, ma con l'intenzione di colpirlo per primo.
Questo è l'unico barlume di realismo in tutto il discorso. Ma anche qui, servono palle quadrate e una tempismo da animale. Devi essere disposto a prendere quel colpo in cambio del tuo? Forse. Ma l'idea è che la tua intercettazione (un colpo diretto) sia più veloce e arrivi prima, o che almeno lo disturbi abbastanza da deviare la potenza del suo colpo.
Mettiamo giù i punti sporchi, quelli che nessuno vuole ammettere:
Prenderai botte. Non esiste parare tutto. In uno scontro ravvicinato, anche il più abile incassa. La domanda non è "come evito di essere colpito", ma "come faccio a incassare i colpi in zone non letali e rispondere con qualcosa di più cattivo".
L'Adrenalina è una Troia. In palestra fai le tue bellissime sequenze. Sotto adrenalina, la tua coordinazione fine va a farsi fottere. I movimenti diventano ampi, goffi, da orso. Il Wing Chun, con la sua economia di movimento e i suoi angoli stretti, è studiato apposta per funzionare quando il panico ti fa chiudere a riccio. Ma deve essere martellato nell'osso, non solo imparato a memoria.
La struttura è tutto, ma in strada non te lo danno. Il Wing Chun si basa sulla struttura: gomiti bassi, posizione compatta, forza che viene da terra. Se l'avversario ti sposta, ti afferra, ti butta a terra (e nella strada si finisce sempre a terra), la tua bella struttura a triangolo va in vacca. E lì devi sapere cosa fare, e il Wing Chun classico spesso non te lo insegna.
Non è un duello, è un'imboscata. In strada, chi ti aggredisce spesso non è solo. Mentre tu sei lì con la tua bella parata sul primo, il secondo ti arriva da dietro con un calcio o una bottigliata. La distanza ravvicinata diventa una trappola. Il tuo "pak sao" perfetto serve a zero.
Quindi, il Wing Chun funziona?
La verità è che il Wing Chun ha degli strumenti validissimi per la distanza cortissima. Il concetto di linea centrale, la struttura compatta, la capacità di colpire e deviare simultaneamente sono oro colato. Ma sono solo strumenti.
Se pensi che studiare Wing Chun ti trasformi in un muro di parate invalicabile, sei un coglione. La strada è un'altra cosa. È merda, è paura, è sangue.
La parata da distanza ravvicinata nel Wing Chun è realistica tanto quanto lo è il tuo addestramento. Se fai solo esercizi in aria e Chi Sao da salotto, quando arriva il vero colpo, quello carico di intenzione criminale, tu non lo vedrai nemmeno arrivare. Se invece hai sudato, se hai fatto sparring vero, se ti sei preso le botte in palestra per imparare a gestire il panico, allora forse, dico forse, quel movimento istintivo di intercettazione ti salverà il naso.
Ma non chiamatela parata. Chiamatela per quello che è: una scommessa disperata in cui metti sul tavolo la tua faccia e la tua salute, sperando che la tua mano sia più veloce della sua cattiveria.
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