sabato 26 ottobre 2024

LA GOMMA CONTRO IL VELENO: JIU JITSU E WING CHUN A CONFRONTO NELLA FOSSA


Hai presente la differenza tra un boa constrictor e un cobra? Tra una morsa che ti schiaccia lentamente e un colpo che ti spegne la luce prima ancora che tu capisca di essere stato morso? Ecco, questa è la differenza tra Jiu Jitsu Brasiliano e Wing Chun. Due mondi. Due filosofie. Due modi diametralmente opposti di trasformare un corpo umano in un'arma... o in un cadavere.

Ma siccome non siamo qui a fare poesia, andiamo dritti al sangue.

Partiamo dal BJJ. Cos'è? È l'arte di portare la guerra dove l'animale umano è più debole: a terra. È la disciplina del contatto totale, del sudore che cola negli occhi mentre cerchi di non soffocare, della pazienza del serpente che aspetta il momento giusto per stringere.

Il BJJ è niente cazzate. È roba da Gracie, da strada brasiliana, da combattimenti veri contro gente più grossa, più forte, più cattiva. Hanno capito una cosa semplice: nella maggior parte delle risse, si finisce a terra. E a terra, chi non sa cosa fare, è un pesce fuor d'acqua. Solo che il pesce, alla fine, lo tirano su. Tu, a terra, ti prendono a calci nella testa.

La biomeccanica del BJJ è spietata. Leve articolari che non lasciano scampo. Strangolamenti che tagliano l'ossigeno al cervello in secondi. Posizioni che ti schiacciano il torace fino a farti sentire le costole che scricchiolano. Non c'è colpo proibito, non c'è dolore che tenga: se sei in una posizione di merda, o ti sottometti o ti rompono qualcosa. Punto.

Ed è onesto. Brutalmente onesto. Perché nel BJJ non preghi, non mediti, non impari a colpire l'aura dell'avversario. Impari a soffocare qualcuno con il tuo stesso braccio mentre lui cerca di strapparti un occhio. Impari a controllare il peso, lo spostamento, il respiro. Impari che la forza da sola non basta, ma che senza forza non vai da nessuna parte.

Il problema? Per arrivare a terra, devi prima sopravvivere alla distanza. E lì, amico mio, il BJJ da solo può farti male. Perché se quello che hai davanti ti sfonda il setto nasale con un gancio mentre tu cerchi la doppia, il tuo tiro perfetto diventa un volo senza ritorno.

E poi c'è il Wing Chun. La leggenda. Il mito. Quello di Bruce Lee, dei guerrieri shaolin, della donna che ha inventato tutto per difendersi dai bruti. Bello, affascinante, misterioso. Peccato che nella realtà, senza il lavoro giusto, senza l'integrazione brutale, diventi spesso una danza senza senso.

Il Wing Chun lavora sulla corta distanza. Sulla linea centrale. Sull'attacco diretto, simultaneo alla difesa. L'idea è semplice: se io colpisco mentre blocco, non ti do il tempo di reagire. Se io occupo il tuo spazio, ti schiaccio, ti annullo, ti impedisco di esprimere qualsiasi tecnica.

La biomeccanica del Wing Chun è quella del colpo secco, penetrante, che non viene da lontano ma nasce già a contatto. Il chain punch, la raffica di pugni che sembra una mitragliatrice. Il pak sao, la mano che devia e colpisce nello stesso movimento. Il chi sao, le mani appiccicose che ti insegnano a sentire l'intenzione dell'avversario prima ancora che lui la realizzi.

Sulla carta è fantastico. Nella pratica, nella fossa, nella strada vera, ha crepe enormi.

Primo: manca il tappeto. Nel Wing Chun tradizionale, non cadi. Non lotti a terra. Non sai cosa fare quando il match finisce sul cemento. E siccome la strada è cemento, se il tuo chain punch non lo mette giù subito, tu sei fottuto.

Secondo: manca la pressione vera. Troppo spesso il Wing Chun si allena contro avversari compiacenti, che attaccano in un certo modo, che si muovono in un certo range. Quando arriva il branco, quando arriva la furia, quando arriva quello che non rispetta la linea centrale e ti viene addosso come un toro, il tuo sistema va in tilt.

Terzo: troppa roba inutile. Movimenti eleganti, posizioni basse, teoria sulla circolazione dell'energia. Bella roba. Peccato che mentre pensi all'energia, qualcuno ti sta sfondando i denti con una testata.

Mettiamoli uno di fronte all'altro. Jiu Jitsu contro Wing Chun. In palestra, con le regole, vince il BJJ. Sempre. Perché appena il wingchunista sbaglia un colpo, appena viene chiusa la distanza, finisce a terra e lì non ha nessuna chance. Il BJJ lo avvolge, lo schiaccia, lo strangola. Fine.

Ma in strada? In strada cambia tutto. Perché il wingchunista, se è sveglio, se ha integrato, se non è uno che crede alle favole, può fare danni seri prima che il contatto arrivi a terra. Può colpire gli occhi, la gola, l'inguine. Può usare la raffica per confondere e cercare il colpo secco che spegne. Può, se ha capito la lezione, non lasciarsi afferrare.

Perché la verità è che il Wing Chun, nella sua essenza più sporca, più infima, più lontana dalle palestre lucide, è un'arte da assassini. Colpisci dove fa male, colpisci subito, colpisci senza preavviso. Non c'è sport, non c'è rispetto, non c'è arbitro. C'è solo tu e l'altro, e tu devi finirlo prima che lui capisca cosa sta succedendo.

ALLORA CHI VINCE?

Nessuno. O forse tutti e due, dipende.

Dipende da chi li incarna. Un BJJ senza striking, senza capacità di gestire la distanza in piedi, è un uomo morto che cammina. Un Wing Chun senza ground game, senza la capacità di lottare da terra, è un cadavere in attesa di essere seppellito.

La differenza vera non è tra le arti. La differenza è tra chi le vive e chi le sogna. Tra chi le ha testate sulla propria pelle, con 52 traumi a testimoniare, con allievi che si sono rivoltati, con l'arroganza che ti porti dietro e la consapevolezza che hai sbagliato un sacco di volte. E chi invece le ripete come un pappagallo, convinto che la tradizione lo salverà.

Il BJJ è la gobba del cammello: ti porta lontano, ti sostiene, ti fa sopportare pesi enormi. Ma se non bevi, se non ti nutri, se non impari a colpire, quella gobba diventa solo un bersaglio.

Il Wing Chun è il veleno del serpente: rapido, letale, preciso. Ma se non hai le zanne, se non hai il veleno, se non sai gestire quando il cobra ti avvolge, sei solo un ramo secco che si agita nel vento.

Io, dopo una vita passata a mettere insieme ossa rotte e lezioni imparate, ho smesso da tempo di fare distinzioni. Non mi interessa cosa pratichi. Mi interessa cosa sei disposto a fare quando non ci sono regole, quando non c'è via d'uscita, quando l'unica opzione è sopravvivere.

Il resto è chiacchiere. E le chiacchiere, in strada, le paghi care.




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