Le arti marziali sono storie viventi.
Raccontano non solo l’efficacia tecnica di un sistema di
combattimento, ma anche le filosofie, le aspirazioni e le necessità
che hanno dato loro forma. Ma ciò che non viene mai detto, ciò che
si cerca di mascherare sotto il velo delle leggende, è che le arti
marziali sono anche — e talvolta principalmente — prodotti di
realtà dure, pratiche e brutali. Non ci sono né spiriti invincibili
né guerrieri immortali: solo uomini e donne che si sono adattati a
un mondo che non dava spazio per errori.
Il Wing Chun, per esempio, è un’arte
marziale la cui storia ufficiale è avvolta nel mistero, adornata con
miti su monache buddhiste, principi di perfezione e movimenti
ispirati dalla natura. Tuttavia, non è solo nelle pagine illuminate
della storia che il Wing Chun ha prosperato, ma anche nei vicoli bui,
tra le bandiere delle Triadi, dove si è trasformato in una macchina
per la sopravvivenza. Non un semplice sistema di difesa, ma un
arsenale di tecniche letali e rapide, modellato dalle circostanze e
dalle necessità di chi aveva poco tempo e poco spazio per fare
errori.
Il primo passo verso una vera
comprensione delle arti marziali è rompere con l’idea che ogni
storia tramandata sia vera solo perché è tradizione. Le arti
marziali, come tutte le pratiche culturali, sono state continuamente
ripulite, adattate e reinterpretate
per motivi politici, sociali e commerciali. Non si tratta di demolire
ciò che è stato costruito, ma di chiedersi perché e come
è stato costruito.
Quando parliamo del Wing Chun, non
parliamo solo di un sistema di combattimento, ma di un modello
di resistenza. La sua capacità di esistere in spazi
stretti, la sua economia del movimento, la sua applicabilità
immediata non sono un caso. Sono la risposta a un ambiente che non
concedeva seconde possibilità. Parliamo di una realtà in cui il
combattimento non era sport, ma sopravvivenza. Non c’erano regole
non scritte, solo un’unica legge: la necessità di vincere.
Quello che succedeva tra i vicoli di Foshan, nei bordelli
galleggianti e nelle stive umide delle giunche, non è una storia che
si adatta alla narrativa pulita delle tradizioni marziali.
Quello che i praticanti moderni (e le
scuole) vogliono nascondere non è solo la violenza. È l’origine
brutale di quella violenza. È il fatto che la maggior parte
delle tecniche che oggi vediamo coreografate con movimenti fluidi e
leggeri sono nate da un’esigenza cruda: vincere in un
ambiente ostile.
Nel XIX e XX secolo, Hong Kong era la
casa di bande criminali, gilde segrete e una lotta quotidiana
per la sopravvivenza. Le Triadi, in particolare, erano
gruppi di sopravvissuti e ribelli che usavano le arti marziali non
come mezzo di crescita spirituale, ma come uno strumento di controllo
sociale. Il Wing Chun, così come altre scuole di kung fu, si adattò
alle circostanze, evolvendo come un’arte marziale mirata non alla
bellezza ma alla praticità.
Ciò che il Wing Chun originale
nascondeva, e che oggi molte scuole ignorano o nascondono, è che le
sue tecniche non erano create per un confronto di onore o per un
singolo combattimento di stile, ma per la sopravvivenza
nel più crudo dei conflitti: quello urbano, sporco, in cui
l’obiettivo era l’annientamento immediato
dell’avversario.
Ciò che ti offre questo blog non è
una verità definitiva, ma una domanda.
Non è un invito a scegliere tra “me” e “la leggenda”, ma un
invito a scegliere tu. A non rimanere intrappolato
nei racconti che altri hanno costruito. A pensare, a dubitare, a
scavare oltre ciò che ti viene mostrato.
Chi scrive e chi legge non ha bisogno
di sapere per forza tutta la verità, ma deve essere
disposto a sospendere il giudizio su ciò che gli
viene insegnato. Questo non è un atto di distruzione, ma di
liberazione mentale. Il primo passo per vedere oltre
la cortina è sospendere la certezza che ciò che è
stato raccontato è stato detto per sempre. La verità non ha paura
del dubbio: ha paura della comoda certezza.
Il Wing Chun che vediamo oggi, per
esempio, è lontano anni luce da ciò che rappresentava nei vicoli di
Foshan. Oggi viene praticato come un’arte pulita, quasi estetica,
dove il concetto di “spazio” è solo un esercizio filosofico e
non una necessità vitale. Ma per ogni movimento
fluido, per ogni grazia che oggi viene insegnata, esisteva una
versione pragmatica e brutale che cercava di
spezzare l’avversario nel minor tempo possibile.
Molti praticanti di Wing Chun, per
esempio, si concentrano sulla filosofia, sull’energia vitale (Chi),
su un’interpretazione esteticamente pura dei movimenti. Questo non
è sbagliato, ma è un’interpretazione limitata. Non possiamo
negare che il Wing Chun sia stato un sistema pensato per
combattere in angoli ristretti, ma al tempo stesso è
stato anche un'arte creata per l’ambiente più caotico e pericoloso
possibile. Sospendere il giudizio significa
accettare che la verità non è una sola, ma che ci sono verità
parallele che coesistono.
Le tecniche di Wing Chun, nel loro
spirito più genuino, non sono danze. Non sono coreografie. Sono
meccaniche del corpo finalizzate a sopravvivere
e vincere. E, per farlo, si deve essere disposti a
distruggere l’illusione che il combattimento marziale sia
bello.
Quello che il Wing Chun ha sempre
rappresentato non è stato solo un sistema di combattimento, ma una
reazione alla paura, una risposta al caos. Questa
verità non è romantica, non è pulita. È sporco,
ma è reale.
Chi ha il coraggio di scoprire queste
origini non sarà mai il beniamino delle scuole moderne, ma sarà più
vicino a capire veramente l’essenza di quest'arte. Non per la sua
bellezza, ma per la sua efficacia. Non per il suo
“spirito”, ma per la sua funzionalità. Non per
la sua esteticità, ma per la sua brutalità nascosta.
Il problema non è che ci siano storie
diverse. Il problema è che troppo spesso si etichetta come
"giusto" solo ciò che si adatta alla narrativa
dominante, mentre tutto ciò che sfida questa visione viene
etichettato come "sporco", "radicale"
o "ingrato". Ma la verità è che nessuna
tradizione sopravvive alla “pulizia” della storia. Ogni
arte marziale, per quanto antica, ha il suo lato oscuro, quello che
non vuole essere visto, ma che è comunque lì, sotto la superficie.
L’arte marziale moderna spesso ignora
le sue origini per adattarsi a un pubblico più ampio, più comodo.
Ma le radici del Wing Chun sono fatte di fango,
violenze scomode e necessità di
sopravvivenza.
La verità non sta nel migliorare
l’arte per la competizione, ma nel capire che
l’arte è nata per una guerra che non ha mai avuto regole.
La verità è che, se vuoi veramente comprendere le arti marziali,
devi smettere di farti sedurre dalle leggende. Devi
vedere l’arte per quella che è: una reazione alla
brutalità. Se accetti questa realtà, non hai più paura
del dubbio. Anzi, sarà proprio il dubbio che ti libererà.
Il Wing Chun è nato dalle ombre. E quelle ombre sono la vera
tradizione. Non c’è nulla di onorevole nel cancellarle per
adattarsi alle leggende. La libertà di pensiero è
ciò che rende un’arte marziale immortale.