Per generazioni, ci hanno nutrito con la favola del Monastero Shaolin come fonte pura e sacra di tutte le arti marziali. Un luogo di pace, meditazione e monaci illuminati che, tra una preghiera e l'altra, sviluppavano tecniche spettacolari osservando animali e natura. Una narrativa potente, spirituale, che vende film e libri.
Ma questa è la più grande e geniale operazione di PR della storia delle arti marziali. Shaolin non è la culla innocente. È il mito di copertura per origini spesso illegali, brutali e politicamente cariche, usate per nobilitare tecniche nate dalla violenza più cruda.
L'idea stessa di un "monaco guerriero" buddista è un paradosso teologico. Il Buddismo, nella sua essenza, predica la non-violenza, la compassione e il distacco dal mondo materiale. Come può un monaco, che ha rinunciato alla violenza e all'attaccamento, essere contemporaneamente un esperto nell'arte di mutilare e uccidere?
La risposta è semplice: la figura del "monaco guerriero" è stata creata, o almeno esagerata e cooptata, per scopi molto terreni e pragmatici.
Nobilitare la violenza: Dare un'origine monastica alle tecniche di combattimento le rendeva socialmente accettabili, quasi "sacre". Se un pugno nasce da un tempio, non è più un colpo da rissa, ma un atto di "difesa illuminata".
Fornire una copertura: Il Tempio Shaolin, con la sua reputazione di luogo spirituale, era il paravento perfetto per nascondere attività che, altrimenti, sarebbero state considerate sovversive o criminali.
Il mito vuole che il monaco indiano Bodhidharma, arrivato a Shaolin nel VI secolo, abbia insegnato ai monaci pigri esercizi fisici (come il Yi Jin Jing) da cui poi sarebbero nate tutte le arti marziali cinesi.
Questa storia è una falsità storica clamorosa. I testi del Yi Jin Jing compaiono solo nel XVII secolo e sono stati scritti da un taoista, non da un buddista. L'associazione di Bodhidharma con le arti marziali è una fabbricazione molto più tarda, creata probabilmente nel XX secolo per dare un'aura di antichità e legittimità spirituale a sistemi di combattimento le cui origini erano, appunto, meno presentabili.
La vera origine delle tecniche di combattimento a Shaolin era molto più semplice: l'autodifesa e la guardia armata. I templi, spesso ricchi, erano vulnerabili a banditi e predoni. I monaci (o le guardie che li proteggevano) impararono a combattere per necessità, non per illuminazione. E queste tecniche erano spesso prese in prestito da stili militari o popolari, non create dal nulla da un saggio meditabondo.
Il "monastero pacifico" è stato, in realtà, un focolaio di attività politica e militare. I monaci Shaolin sono stati coinvolti in:
Guerre Dinastiche: I monaci Shaolin parteciparono attivamente a conflitti per sostenere o rovesciare imperatori, spesso con milizie armate che facevano a pezzi gli avversari.
Rivolte Contro gli Stranieri: Durante la dinastia Qing (Manciù), Shaolin fu spesso associato alle Società Segrete anti-Qing (come le Triadi) che miravano a rovesciare il governo straniero. Molte leggende sulla "distruzione di Shaolin" da parte dei Manciù, sebbene esagerate, riflettono una verità di base: i templi erano visti come centri di ribellione.
In questi contesti, i "monaci guerrieri" non erano difensori di un ideale buddista. Erano soldati con la testa rasata, addestrati a uccidere per la loro fazione politica. Le loro tecniche di combattimento erano state affinate non per evitare il conflitto, ma per dominare sul campo di battaglia.
La leggenda dei "Cinque Anziani" (o Cinque Grandi Maestri) che sopravvissero alla distruzione di Shaolin e diffusero i vari stili (tra cui il Wing Chun) è un altro esempio di mito di copertura.
Non monaci, ma agenti: È molto più plausibile che i "Cinque Anziani" non fossero monaci pacifici, ma leader delle Società Segrete che usavano i nomi dei templi per creare una narrazione credibile per le loro tecniche di combattimento sovversive.
Nascondere le origini: Attribuire l'origine di stili come il Wing Chun (con le sue radici nei bassifondi e nei bordelli) a un tempio buddista e a una monaca, serviva a ripulirne l'immagine. Era un modo per rendere accettabile un'arte di strada, di sicari, di prostitute che dovevano sopravvivere con la violenza.
Nel XX secolo, la "leggenda di Shaolin" ha raggiunto il suo apice, complice l'industria cinematografica e la sete occidentale di esotismo. I film di kung fu hanno cementato l'immagine del monaco saggio e invincibile. I governi, prima nazionalista e poi comunista, hanno compreso il valore propagandistico di uno "Shaolin" rinato.
Il Shaolin moderno è diventato un'attrazione turistica, un'accademia di Wushu acrobatico. I suoi monaci, pur essendo atleti incredibili, si esibiscono in coreografie spettacolari che hanno poco a che vedere con la brutalità tattica delle tecniche originali. Il Shaolin che vediamo oggi è il prodotto finale di una narrazione accuratamente costruita, progettata per vendere biglietti, attirare turisti e proiettare un'immagine di pace e maestria, nascondendo la sua storia di fuoco, sangue e intrighi politici.
Negare le vere origini di Shaolin non è solo ingenuo; è pericoloso. Ci impedisce di comprendere la vera natura delle arti marziali. Non sono nate da visioni spirituali, ma dalla dura, spietata necessità di difendersi, di attaccare, di sopravvivere in un mondo senza pietà.
Il Monastero Shaolin, nella sua storia reale, non era un centro di illuminazione pacifica. Era un focolaio di potere politico, un campo di addestramento clandestino e, a volte, una copertura per la resistenza armata. Le tecniche che ne sono scaturite non sono state create per la compassione, ma per la violenza efficace.
Accettare questa verità brutale non sminuisce il valore di Shaolin; al contrario, lo eleva. Ci restituisce un'arte marziale radicata nella realtà della guerra e della sopravvivenza. Ci libera dal dogma e ci permette di cercare l'efficacia dove si trova, senza preconcetti o favole. La vera forza non risiede nella leggenda, ma nella cruda, innegabile verità di come si combatte per davvero.

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