Non chiedo il permesso. Non cerco uno spazio nei vostri registri polverosi. Non mi serve la benedizione di un patriarca che non ha mai sentito l’odore del proprio sangue o il peso di un corpo che collassa sotto la pressione della verità. Mentre le federazioni si accapigliano su chi possiede il "vero" lignaggio e gli storici ipocriti sussurrano mezze verità per non disturbare il mercato dei sogni, io compio l’unico atto rivoluzionario rimasto in questo mondo di simulacri: Io esisto.
Esistere, nel mondo delle arti marziali, è diventato un atto di eresia. La maggior parte dei praticanti non esiste; sono solo proiezioni di fantasie cinematografiche, contenitori di forme vuote, ripetitori di mantra buddisti masticati male. Esistere significa, invece, rivendicare la propria verità individuale come l'unica misura di tutte le cose. Significa guardare negli occhi un "Maestro" e dirgli: "Le tue parole volano, ma il tuo corpo è a terra e io sono in piedi".
Per secoli, il Wing Chun è stato imbalsamato in una narrazione di purezza. Ci hanno raccontato di monache immacolate e templi sacri per nascondere la verità: che questa è un’arte nata dal fango, dal sesso, dal tradimento e dalla necessità brutale di chi non aveva nulla se non la propria pelle da difendere. Le federazioni moderne sono i becchini di questa verità. Hanno trasformato un sistema di sopravvivenza clandestino in un prodotto da scaffale, con gradi, cinture e diplomi che servono solo a rassicurare l’ego di chi ha paura della realtà.
Cercano la verità nei documenti, ma hanno paura di dirla apertamente. Perché dire la verità significa ammettere che il Wing Chun è stato raffinato nei quartieri del piacere di Foshan, che è stato lo strumento dei sicari delle Triadi, che è una tecnologia di distruzione che non ha nulla di "spirituale" nel senso moderno e melenso del termine. Hanno paura che, se il velo cade, il loro castello di carte crolli. Ma a me non interessa far crollare il loro castello. Io sto costruendo una fortezza su un terreno diverso: quello dell’onestà verso se stessi.
La verità marziale non è universale. È squisitamente, violentemente individuale. Ciò che funziona per un uomo di cento chili non è la verità di chi ne pesa sessanta. Il Wing Chun che mi è stato insegnato come un dogma religioso era una prigione. Mi dicevano "fai così perché così faceva il Grande Maestro". Ma il Grande Maestro è morto, e il nemico che ho davanti è vivo, respira e vuole spezzarmi le ossa.
Trovare la propria verità significa compiere un atto di sciacallaggio intellettuale: prendere ciò che è utile, da qualunque parte provenga, e scartare il resto senza guardarsi indietro. Se il Judo mi insegna a non essere proiettato, allora il Judo è la mia verità in quel momento. Se il Jiu-Jitsu mi spiega come respirare mentre qualcuno cerca di soffocarmi, allora il Jiu-Jitsu entra nel mio arsenale. Non è un "pasticcio", è adattamento predatorio. È l’essenza stessa di quello che facevano i ribelli delle Giunche Rosse: non combattevano per lo stile, combattevano per tornare a casa.
Il contatto fisico è l'unico momento in cui l'ipocrisia non può sopravvivere. Puoi raccontarti tutte le storie che vuoi su Shaolin, ma quando un lottatore ti afferra le vesti e carica il suo peso per schiacciarti al suolo, la leggenda svanisce. Resta solo la biomeccanica. Resta solo la tua capacità di esistere in quel caos.
L'onestà verso se stessi è la consapevolezza che non esistono tecniche segrete, ma solo angoli, leve e tempismo. Chi si nasconde dietro il "segreto" è un bugiardo che teme il confronto. Chi esprime la propria esistenza, invece, accoglie il confronto come l'unico laboratorio possibile.
Essere ridicolizzati, sminuiti o zittiti è il prezzo da pagare per chi rifiuta di recitare la parte nel teatro delle ombre delle arti marziali. Ma la ridicolizzazione dei mediocri è una medaglia al valore. Se chi vive di illusioni cerca di zittirti, significa che la tua sola presenza mette in crisi il loro mondo di finzione.
La frase "Maestro, tu sei a terra e io in piedi" è l'epitaffio di un'epoca di sottomissione cieca. È il momento in cui l'allievo smette di essere uno specchio del maestro e diventa una realtà autonoma. Non è mancanza di rispetto; è il massimo atto di rispetto verso l'arte del combattimento, che non ammette gerarchie che non siano basate sull'efficacia immediata.
Viviamo in un'era di astrazioni, di realtà virtuali e di conflitti mediati. In questo scenario, il corpo è l'ultima frontiera della verità. Possedere un sistema di combattimento che sia onesto, radicale e adattato alla propria persona è un atto di sovranità politica e individuale.
Il mio Wing Chun non è quello dei libri. È un sistema che riconosce il ruolo delle cortigiane come geniali architette della sensibilità tattile, che onora la ferocia dei sicari delle Triadi e che non ha paura di sporcarsi le mani con il fango della lotta a terra. È un'arte che non chiede di esistere in una federazione, perché esiste già nei miei muscoli, nei miei riflessi e nella mia volontà di non essere vittima di nessuno, tantomeno di un dogma.
Ognuno può fare come vuole. Chi vuole continuare a sognare i monaci di Shaolin è libero di farlo. Chi vuole pagare per diplomi colorati può continuare a nutrire il mercato dell'ego. Io ho scelto la strada più difficile: quella della solitudine del praticante radicale.
Non mi serve che la mia verità sia accettata tra 300 anni. Mi serve che sia reale qui e ora. La mia esistenza non è un dibattito storiografico, è un fatto fisico. Io non chiedo di esistere. Io esisto, e la mia esistenza è l'incubo di ogni ipocrita e la speranza di ogni uomo che cerca la propria libertà nel cuore del combattimento.





