C'è un momento, nella storia di quasi ogni arte marziale, in cui il cinema prende una disciplina reale, la trasforma in qualcosa di spettacolare e finisce per creare un'immagine che, a forza di essere ripetuta, diventa più famosa della realtà.
Il Wing Chun è uno degli esempi più evidenti.
Per molti occidentali, il volto di questa arte marziale è quello di Ip Man interpretato da Donnie Yen: movimenti rapidissimi, economia assoluta, postura impeccabile e avversari che cadono uno dopo l'altro sotto una raffica di pugni.
È cinema, naturalmente.
Ed è anche ottimo cinema.
Il problema nasce quando quella rappresentazione viene scambiata per un manuale di combattimento.
Ricordo ancora la prima volta che vidi Ip Man.
Quella scena in cui il protagonista affronta una serie di karateka giapponesi è costruita magnificamente. Ip Man non sembra nemmeno combattere: avanza, colpisce, controlla la distanza e tutto sembra accadere con una naturalezza quasi irreale.
È difficile non rimanerne affascinati.
Il messaggio cinematografico è potente: non servono muscoli enormi, non servono acrobazie, non serve essere più grandi dell'avversario.
Servono tecnica, precisione, velocità e controllo.
Ed è proprio qui che il cinema comincia a vendere una promessa pericolosa.
Perché un conto è dire che la tecnica può ridurre lo svantaggio fisico.
Un altro è suggerire che lo svantaggio fisico possa essere semplicemente cancellato.
Non funziona così.
Il peso conta.
La massa conta.
La forza conta.
La differenza di altezza, di allungo, di esplosività e di esperienza conta.
Non significa che un praticante più leggero sia automaticamente destinato a perdere. Significa che la tecnica non vive in un universo separato dalla fisica.
Anche discipline estremamente tecniche come il Brazilian Jiu-Jitsu prevedono categorie di peso.
Non perché la tecnica sia inutile, ma esattamente per il motivo opposto: perché la tecnica funziona meglio quando non viene costretta a compensare differenze fisiche enormi.
Un praticante di 60 kg può certamente mettere in difficoltà un avversario molto più pesante.
Ma promettergli che 60 kg di tecnica cancellino sistematicamente 60 kg di differenza significa vendere una fantasia.
E il Wing Chun non dovrebbe aver bisogno di queste fantasie per essere interessante.
Questa è forse la distinzione più importante.
Dire che il Wing Chun non funziona è semplicemente troppo facile.
Il problema è chiedergli di fare tutto.
Il Wing Chun possiede principi interessanti: controllo della linea centrale, economia del movimento, struttura, sensibilità al contatto, gestione della distanza ravvicinata e coordinazione tra attacco e difesa.
Il Chi Sau, in particolare, può sviluppare una sensibilità al contatto che difficilmente si ottiene attraverso esercizi completamente privi di interazione.
Ma una cosa è avere strumenti utili.
Un'altra è possedere un sistema completo di combattimento.
Ed è qui che emergono le lacune.
Il Wing Chun tradizionale lavora prevalentemente sulla corta distanza.
Ma un combattimento non è obbligato a rimanere nella distanza che preferiamo noi.
L'avversario può arretrare.
Può entrare.
Può cambiare angolo.
Può colpire con le gambe.
Può afferrare.
Può portare il combattimento a terra.
Può semplicemente essere molto più bravo di noi.
Il footwork di alcune scuole di Wing Chun può risultare poco adatto a un combattimento caratterizzato da continui cambi di angolo, soprattutto se confrontato con discipline che hanno fatto del movimento una componente centrale del proprio allenamento.
La boxe, per esempio, ha sviluppato un lavoro sofisticato sulla distanza, sugli angoli, sulle schivate e sulla gestione del ritmo.
La Muay Thai aggiunge calci, ginocchia, gomiti e clinch.
Il Judo e il BJJ introducono un altro universo: prese, proiezioni, controllo e combattimento a terra.
Non significa che il Wing Chun sia inutile.
Significa che non copre tutto.
Il chain punch è probabilmente una delle immagini più riconoscibili del Wing Chun.
Rapido.
Continuo.
Ipnotico.
Ma la velocità non equivale automaticamente alla potenza.
Un pugno efficace richiede struttura, distanza, coordinazione, trasferimento del peso, timing e capacità di colpire un bersaglio che non collabora.
Se l'avversario rimane fermo davanti a noi, possiamo costruire una sequenza perfetta.
Se invece si muove, arretra, entra con un jab, cambia angolo o ci afferra, il problema diventa completamente diverso.
Il combattimento non è eseguire una tecnica.
È riuscire a eseguirla mentre qualcuno cerca attivamente di impedirlo.
Questa differenza sembra banale.
In realtà è enorme.
Ed eccoci al punto più delicato.
Puoi conoscere cento tecniche.
Puoi eseguire perfettamente le forme.
Puoi avere un Chi Sau eccellente.
Puoi conoscere ogni principio teorico del Wing Chun.
Ma se non ti confronti regolarmente con qualcuno che resiste, si muove e cerca di colpirti, non sai davvero quanto di ciò che hai imparato sia trasferibile al combattimento.
Non è un problema esclusivo del Wing Chun.
È un problema di qualsiasi arte marziale.
La tecnica che funziona perfettamente contro un compagno collaborativo deve attraversare una fase molto più difficile: quella in cui l'altro non collabora.
E lì molte illusioni muoiono.
È una buona cosa.
Perché quello è esattamente il momento in cui comincia l'apprendimento.
C'è poi un altro equivoco.
Un sistema efficace nel combattimento sportivo non è automaticamente un sistema completo di autodifesa.
L'autodifesa comprende molto altro: riconoscere una situazione pericolosa, evitare l'escalation, mantenere la distanza, trovare una via di fuga e capire quando combattere è l'ultima scelta possibile.
Un'aggressione reale può inoltre comprendere fattori che nessuna palestra può riprodurre perfettamente: sorpresa, ambiente, presenza di altre persone, armi e conseguenze legali.
Per questo la vera autodifesa non dovrebbe insegnare soltanto a colpire.
Dovrebbe insegnare soprattutto a non trovarsi nella posizione in cui bisogna farlo.
Una delle narrazioni più affascinanti costruite intorno al Wing Chun è quella dell'arte capace di permettere a una persona fisicamente svantaggiata di sconfiggere chiunque.
È una storia commercialmente potentissima.
Ed è anche una mezza verità.
La tecnica può permettere a una persona meno forte di sfruttare meglio le proprie capacità.
Può migliorare il posizionamento.
Può ridurre lo spreco di energia.
Può consentire di utilizzare meglio equilibrio, struttura e timing.
Ma non trasforma un essere umano in un personaggio cinematografico.
Il corpo continua a essere quello che è.
La fisica continua a essere quella che è.
E un avversario che pesa il doppio non diventa improvvisamente leggero perché abbiamo imparato una forma.
Ed è qui che entra in gioco anche il mercato delle arti marziali.
Quando una disciplina viene presentata come depositaria di tecniche segrete, principi sconosciuti agli altri stili o capacità quasi sovrumane, bisogna accendere una luce rossa.
Non perché il Wing Chun sia peggiore delle altre arti.
Perché nessuna arte marziale dovrebbe aver bisogno di essere venduta come magia.
Un maestro serio non dovrebbe avere paura del confronto.
Non dovrebbe aver bisogno di convincere i propri allievi che tutto ciò che esiste fuori dalla sua scuola sia inefficace.
E soprattutto non dovrebbe avere paura dello sparring.
Perché se una tecnica funziona, prima o poi dovrà dimostrarlo contro qualcuno che non vuole collaborare.
Ed è qui che bisogna evitare l'altro errore: passare dal mito alla demolizione totale.
Il Wing Chun possiede elementi che possono essere estremamente interessanti.
La ricerca della struttura.
La sensibilità.
Il controllo della linea centrale.
L'economia del movimento.
Il lavoro a corta distanza.
La capacità di percepire attraverso il contatto.
Sono concetti che possono avere valore anche al di fuori del Wing Chun.
Il problema nasce quando questi strumenti vengono trasformati in una religione.
Un'arte marziale non deve essere una fede.
Deve essere uno strumento.
E uno strumento diventa migliore quando viene provato, corretto e integrato.
Un praticante può mantenere il Wing Chun e contemporaneamente studiare ciò che gli manca.
Boxe per il movimento e lo striking.
Muay Thai per il clinch, le ginocchia e i gomiti.
Judo per le proiezioni.
BJJ per il combattimento a terra.
Sparring per mettere tutto alla prova.
Non significa tradire il Wing Chun.
Significa prenderlo sul serio.
Perché se consideriamo un'arte marziale abbastanza importante da praticarla per anni, dovremmo essere abbastanza onesti da riconoscerne anche i limiti.
E Ip Man?
Ip Man rimane un grande film.
Donnie Yen rimane straordinario.
Le coreografie sono spettacolari.
La figura storica di Ip Man merita di essere studiata.
Ma il cinema racconta una storia.
Non una sessione di sparring.
Quando vediamo un uomo affrontare dieci avversari e vincere senza praticamente subire danni, dobbiamo goderci la scena per quello che è.
Cinema.
Non laboratorio di biomeccanica.
E va benissimo così.
Il problema non è che il cinema esageri.
Il problema nasce quando usciamo dalla sala convinti che il nostro corpo abbia improvvisamente acquisito le proprietà di quello di Donnie Yen.
Forse è proprio questa la conclusione più onesta.
Il Wing Chun non è una truffa.
Non è nemmeno l'arte marziale definitiva.
È un sistema con una propria storia, una propria logica, alcuni principi interessanti e anche limiti evidenti.
Può essere praticato per tradizione.
Per cultura.
Per disciplina.
Per piacere personale.
Oppure può essere inserito all'interno di una preparazione marziale più ampia.
Quello che non dovrebbe mai diventare è una promessa di invincibilità.
Perché l'invincibilità appartiene ai film.
Sul tatami, sul ring o per strada, invece, esiste una regola molto meno romantica: funziona ciò che riesci a fare quando l'altro non vuole lasciartelo fare.
Ed è lì che finisce il mito.
Ed è lì che comincia la realtà.
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