mercoledì 18 dicembre 2024

La dura verità su Wing Chun e Bujinkan: Due mondi, uno stesso abisso

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Parliamo di due sistemi che spesso vengono accomunati dalla stessa accusa: sono belle teorie, ma sulla distanza reale funzionano?

Da una parte il Wing Chun, sistema compatto, scientifico, ossessionato dalla linea centrale e dal contatto. Dall’altra il Bujinkan Taijutsu, erede dei nove guerrieri di Masaaki Hatsumi che ti insegnano a cadere rotolando come ninja prima ancora di saper lanciare un pugno decente.

La domanda è brutale: quanto sono efficaci?

La risposta è sporca, come piace a me. Possono essere molto efficaci, ma quasi mai per i motivi che credono i loro praticanti.

E l’esperimento cinese che cito (Associazione cinese di Wushu, 2019 circa) lo conferma in modo umiliante. Ma andiamo con ordine.

Esiste uno studio. Non ricordo il nome preciso, ma alcuni forum hanno citato per anni i dati emersi dai test della Università di Shanghai e dell’Accademia Sportiva di Pechino.

Hanno messo dei combattenti di Wing Chun contro:

  • Pugili.

  • Kickboxer.

  • Artisti marziali di Sanda (kickboxing cinese).

Hanno cronometrato i tempi di reazione. Hanno analizzato i fotogrammi.

E il verdetto fu spietato.

Le tecniche di intercettazione e intrappolamento del Wing Chun sono troppo lente per fermare un pugno moderno.

Perché? Non perché il pugno del Wing Chun sia debole. Perché il pugno di un pugile o di un kickboxer parte da più lontano, viaggia più veloce, e il tempo di reazione umano non basta per intercettarlo pulitamente.

Ti faccio i numeri, anche se di memoria.

Un pugno diretto della boxe viaggia a circa 9-10 metri al secondo. Un jab può impiegare 0.1 secondi per coprire mezzo metro.

Il tempo di reazione medio a uno stimolo visivo è di 0.25 secondi.

Nel momento in cui il tuo cervello ha elaborato "sta tirando un pugno", il pugno ti ha già bucato la guardia. E tu, bel praticante di Wing Chun, stai ancora portando il tuo Tan Sau in posizione.

L’esperimento dimostrò che i praticanti di Wing Chun riuscivano a intercettare i colpi dell’avversario solo quando:

  1. L’avversario era lento.

  2. L’avversario era impreparato.

  3. La distanza era già quella del Chi Sau (avambracci a contatto).

In altre parole: se devi ancora entrare, se devi ancora toccare, se devi ancora “sentire”, sei fottuto.

E la boxe, la Muay Thai, le MMA ti colpiscono prima che tu possa attivare il tuo sistema.

Il punto debole del Wing Chun è la sua stessa forza.

Il Chi Sau è geniale. Ti dà una sensibilità tattile che altri sistemi non hanno. Ti permette di sentire la minima variazione di pressione, di anticipare il colpo, di rispondere senza pensare.

Ma il Chi Sau presuppone che tu sia già a distanza di contatto. Presuppone che i vostri avambracci siano già incrociati. Presuppone che l’avversario accetti di giocare a questo gioco.

Nel mondo reale, nessuno ti concede questa distanza.

Il pugile sta fuori. Ti bombarda di jab. Se provi ad avvicinarti, ti colpisce in faccia e ti riallontana. Il Muay Thai sta fuori, ti calcia sulle gambe finché non cammini storto.

E tu, bellissimo praticante di Wing Chun, con le mani basse e la posizione accademica, arrivi a distanza di contatto con la faccia già rotta e i polmoni in fiamme.

L'esperimento cinese lo ha dimostrato. Quando il combattente di Wing Chun e il pugile cominciavano da distanza di un metro, il pugile colpiva per primo nel 90% dei casi.

Il Wing Chun non è lento. Ma il suo sistema di ingaggio è lento.

E i secondi, nel combattimento, sono tutto.

E qui arriva il punto che molti praticanti di Wing Chun ignorano. O fingono di ignorare.

Le tecniche del Wing Chun nascono dalle armi. Non dai pugni.

Guarda due coltelli a farfalla. Guarda i movimenti. Le parate frontali. Le catture. Le proiezioni.

Hanno senso quando hai una lama in mano. Perché la lama intercetta, taglia, ferisce. Non devi "parare" perfettamente. Devi solo sfiorare l’avambraccio avversario e lui sanguina.

Hanno senso quando hai un bastone lungo. Perché la distanza si allarga. I tempi si dilatano.

A mani nude? Molto meno.

Il Wing Chun a mani nude non è il Wing Chun dei coltelli. Hai perso la distanza. Hai perso l’effetto deterrente della lama. Hai perso la capacità di ferire con un semplice contatto.

Quello che resta è un sistema di angoli e struttura che funziona ancora, ma solo in determinate condizioni:

  • Distanza corta.

  • Avversario che non si muove come un pugile.

  • Avversario che non ti calcia basso.

  • Avversario che non ti porta a terra.

E queste condizioni, nei moderni sport da combattimento, non esistono quasi più.


Il caso Bujinkan Taijutsu: il lato oscuro della ninja

Ora, veniamo all’altra creatura. Quella ancora più discussa.

Il Bujinkan Taijutsu è un sistema che ti insegna a:

  • Cadere rotolando su superfici dure.

  • Uscire da posture scomode.

  • Muoverti in modo fluido.

  • Colpire punti "segreti" del corpo.

La realtà? Il livello medio del Bujinkan è imbarazzante.

I praticanti non fanno sparring a contatto pieno. Non sanno prendere un pugno in faccia. Non sanno gestire un avversario che resiste.

Le tecniche di "difesa da pugni" sono spesso coreografie a due, dove l’attaccante tira lento e si ferma, e il difensore esegue una leva complicatissima che nella realtà non avrebbe mai il tempo di applicare.

I tori, i maestri giapponesi, sono indubbiamente abili. Ma il loro sapere è stato diluito in occidente. Trasmesso come fede, non come metodo. Senza test. Senza verifica.

E il risultato? Persone che dopo 10 anni di Bujinkan pensano di poter combattere, ma appena un principiante di boxe alza le mani, vanno in panico.

Non tutto è da buttare.

I movimenti di evasione, le cadute, la gestione della distanza (quando insegnate bene) sono ottime. Ma la maggior parte delle scuole non le insegna bene. Insegna la "forma", non la "funzione".


E allora? Il Wing Chun e il Bujinkan servono a qualcosa?

Sì. Ma devi sapere cosa stai comprando.

Il Wing Chun è efficacissimo a distanza di contatto. Se arrivi lì, se entri, se incroci i suoi avambracci, hai un vantaggio enorme. La sensibilità, l’economia, i colpi ravvicinati... tutto funziona.

Il problema è arrivarci.





Il Bujinkan è efficacissimo per la consapevolezza del corpo e le uscite di emergenza. Le cadute, i rotolii, la gestione dello stress... sono oro. Ma il combattimento vero, testa a testa, con un avversario che non collabora, è un’altra cosa.

Entrambi i sistemi soffrono dello stesso male: mancanza di sparring realistico.

Nella maggior parte delle scuole, non si combatte. Si eseguono esercizi. Si ripete. Si coreografa. Ma quando la musica si ferma e l’avversario non segue il copione, il praticante medio si blocca.

Non perché le tecniche siano sbagliate. Perché la pressione non è stata allenata.

La soluzione non è abbandonare il Wing Chun o il Bujinkan. È metterli alla prova.

  • Fai sparring con pugili. Prendi i loro jab. Scopri cosa funziona e cosa no.

  • Fai sparring con lottatori. Scopri come ti portano a terra. Impara a rialzarti.

  • Fai sparring con kickboxer. Impara a gestire i calci bassi.

  • Poi torna al tuo sistema. Chiediti: di tutto questo, cosa posso salvare? Quali principi reggono ancora?

Perché le tecniche possono morire. Ma i principi no.

La linea centrale regge.
L’economia del movimento regge.
La struttura regge.
Il contatto come guida regge.

Ma devi tradurli. Devi trovare applicazioni moderne. Devi riformare il Wing Chun.

Questo è il Jeet Kune Do. Non un tradimento. Un adattamento. La logica di Bruce Lee, applicata non solo a lui stesso, ma a tutti noi.

Alla fine, torniamo alla domanda.

Quanto sono efficaci il Bujinkan Taijutsu e il Wing Chun?

Possono esserlo molto. Per una persona che li capisce e li testa.

Per la persona media che si allena due ore a settimana in un dojo dove non si fa mai sparring? Sono poco più che ginnastica coreana con nomi giapponesi.

E l’esperimento cinese lo dimostra. Le parate frontali e l’intrappolamento, da soli, a distanza, senza contatto, non funzionano.

Ma se sei intelligente, se integri, se mescoli, se rubi da boxe e lotta quello che ti manca... allora le tue radici nel Wing Chun o nel Bujinkan diventano una risorsa. Non una prigione.

La vergogna non è nel sistema. La vergogna è nel praticante che passa dieci anni a fare movimenti senza mai chiedersi: "Questo, nella realtà, funzionerebbe?"

Se te lo chiedi, se lo metti alla prova, se sei disposto a buttare via quello che non serve... allora qualunque sia il tuo stile, sarai efficace.

E il nome dello stile, alla fine, non conta. Conta solo la persona che lo muove.


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