La domanda parte da un equivoco molto comune: come avrebbe fatto Bruce Lee a fondere dieci diverse arti marziali nel Jeet Kune Do se non era cintura nera in tutte?
La risposta è semplice: non lo fece nel modo in cui la domanda lo lascia intendere.
Bruce Lee non costruì il Jeet Kune Do collezionando diplomi, gradi e cinture. Non frequentò dieci scuole per arrivare alla cintura nera in ciascuna e poi mettere tutto dentro un unico contenitore. Il suo metodo era quasi l'opposto.
Studiava un sistema, ne individuava ciò che riteneva funzionale, lo confrontava con altre fonti, lo allenava, lo modificava e cercava di capire se quella soluzione funzionasse davvero.
Questa differenza è fondamentale.
Perché dire che Bruce Lee “ha mescolato dieci arti marziali” produce un'immagine completamente sbagliata del suo lavoro. Sembra un collezionista di tecniche. In realtà era molto più vicino a un ricercatore.
E soprattutto, non tutte le influenze ebbero lo stesso peso.
La base iniziale rimase il Wing Chun, che Lee aveva studiato a Hong Kong con Ip Man e altri praticanti prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Ma negli Stati Uniti il suo interesse si allargò rapidamente alla boxe occidentale, alla scherma, alla lotta e ad altri sistemi. Tre fonti risultano particolarmente importanti nella costruzione del suo metodo: Wing Chun, pugilato e scherma. Tre, non dieci equivalenti fra loro.
La boxe fu importantissima perché Lee non la studiò semplicemente come una raccolta di pugni. Studiò movimento, distanza, equilibrio, generazione della forza, ritmo e comportamento reale di un combattente sotto pressione.
La sua formazione pugilistica non era soltanto teorica: nel 1958 vinse il campionato di boxe delle scuole di Hong Kong, battendo in finale il campione in carica Gary Elms. In seguito continuò a studiare sistematicamente la boxe e i suoi grandi combattenti.
E qui compare un elemento spesso raccontato male: Muhammad Ali.
Lee studiò il movimento di Ali e ne apprezzava enormemente il footwork e il combattimento dalla lunga distanza. Non significa però che il Jeet Kune Do sia diventato una specie di “Wing Chun più Muhammad Ali”. Lee analizzava moltissimi pugili e prendeva da ciascuno ciò che riteneva interessante. Dan Inosanto ha ricordato proprio questo atteggiamento: Lee studiava filmati di pugili per ore, osservando Ali, Joe Louis, Marciano e altri combattenti.
La scherma ebbe un ruolo ancora più concettuale.
Qui il termine “intercettazione” diventa decisivo.
La logica del Jeet Kune Do non consiste semplicemente nel bloccare un attacco e poi rispondere. L'idea è poter colpire durante la preparazione o l'esecuzione dell'attacco dell'avversario. È una logica che Lee collegò fortemente alla scherma occidentale e agli studi di schermidori come Aldo Nadi. La stessa denominazione Jeet Kune Do — generalmente resa come “via del pugno che intercetta” — esprime proprio questo concetto.
Anche la posizione con il lato dominante avanzato non dovrebbe essere raccontata come una semplice stranezza estetica. Ha una logica precisa: mettere davanti l'arma più importante e più rapida, riducendo la distanza che deve percorrere per raggiungere il bersaglio.
Questa è una conseguenza del modo in cui Lee pensava.
Non chiedeva necessariamente: “Qual è la posizione corretta secondo questo stile?”
Chiedeva: “Quale posizione mi permette di fare meglio quello che devo fare?”
È una differenza enorme.
Lo stesso vale per i libri.
Lee studiò testi di pugilato e biomeccanica del combattimento, compreso il manuale di Edwin Haislet. Non si limitava a guardare qualcuno eseguire una tecnica. Cercava di comprendere perché producesse determinati risultati.
Ed è qui che l'affermazione secondo cui Lee “studiava la fisica del combattimento” diventa interessante, purché non venga trasformata in una leggenda pseudoscientifica. Non aveva inventato una nuova fisica. Applicava concetti di meccanica, equilibrio, distanza, leva, coordinazione e trasferimento della forza alla propria analisi del combattimento.
Il suo vero salto concettuale fu un altro.
Smettere di considerare lo stile come un fine.
Se una tecnica funziona, la tecnica ha valore.
Se non funziona, il fatto che appartenga a una tradizione rispettabile non la salva.
Questa impostazione spiega anche perché è fuorviante dire che Bruce Lee “conosceva dieci arti marziali”.
Conoscere un'arte marziale significa qualcosa di molto più profondo che conoscere dieci tecniche provenienti da quella disciplina.
Significa conoscere una grammatica completa: principi, timing, distanza, allenamento, errori, adattamenti, contromisure e capacità di applicazione.
Lee non aveva bisogno di diventare cintura nera in dieci sistemi per capire che una determinata soluzione proveniente da uno di essi poteva avere valore.
È esattamente la differenza tra studiare un sistema e studiare un problema.
Se il problema è come intercettare un attacco, la domanda non dovrebbe essere “quale arte marziale possiede questa tecnica?”. Dovrebbe essere “chi ha sviluppato una soluzione interessante a questo problema e perché funziona?”.
Se il problema è il movimento, si può guardare alla boxe.
Se è l'intercettazione, alla scherma.
Se è il combattimento a corta distanza, al Wing Chun.
Se è una determinata meccanica di calcio, si possono studiare altre discipline.
Se è la lotta, si studiano wrestling, judo o altri sistemi.
Non significa diventare maestri di tutto.
Significa diventare selettivi.
Ed è qui che la famosa frase attribuita alla filosofia di Lee — assorbire ciò che è utile, scartare ciò che è inutile e aggiungere ciò che è specificamente proprio — viene spesso interpretata male.
Non significa: “Prendo una tecnica da ogni arte marziale e costruisco il mio stile personale.”
Sarebbe ancora collezionismo.
Il concetto è più profondo: non devi essere fedele a un sistema se la fedeltà ti impedisce di risolvere il problema.
Questo spiega anche perché il Jeet Kune Do non dovrebbe essere trattato semplicemente come un altro stile chiuso dentro un programma tecnico.
Nel momento in cui trasformi il JKD in una lista immutabile di tecniche obbligatorie, hai già tradito una parte importante dell'idea originaria.
È il paradosso di tutte le filosofie nate contro il dogmatismo: prima o poi qualcuno le trasforma in dogma.
E Bruce Lee lo aveva intuito.
La sua ricerca non consisteva nel trovare lo stile definitivo.
Consisteva nel mettere continuamente in discussione l'idea che dovesse esistere uno stile definitivo.
Per questo la questione della cintura nera è quasi irrilevante.
Una cintura certifica qualcosa all'interno di un'organizzazione: un grado, un percorso, una competenza secondo determinati criteri.
Non certifica che una persona abbia capito tutto il combattimento.
Bruce Lee aveva un altro tipo di autorità: quella derivante dalla pratica, dall'osservazione, dall'analisi e dalla continua sperimentazione.
Naturalmente bisogna evitare anche l'eccesso opposto.
Non basta leggere libri di boxe, guardare filmati di Muhammad Ali e conoscere qualche concetto di scherma per diventare Bruce Lee.
La ricerca di Lee era accompagnata da allenamento fisico intenso, sparring, insegnamento, confronto con altri combattenti e una continua verifica pratica. Non era un intellettuale del combattimento che osservava il mondo dalla biblioteca.
Era contemporaneamente praticante, insegnante, atleta e ricercatore.
Ed è probabilmente questa la parte più importante della sua eredità.
Bruce Lee non dimostrò che bisogna conoscere dieci arti marziali.
Dimostrò qualcosa di molto più interessante:
non è necessario possedere tutto un sistema per imparare da quel sistema.
Puoi studiare un'intera disciplina e conservarne una sola idea.
Puoi incontrare un atleta e ricordare un solo principio.
Puoi leggere cento pagine e trovare una frase che cambia il tuo modo di allenarti.
Puoi osservare un errore e imparare più che da dieci dimostrazioni perfette.
Il criterio non è quante arti marziali possiedi.
Il criterio è quanto riesci a trasformare ciò che apprendi in capacità tua.
E questa è precisamente la differenza fra un collezionista di tecniche e un vero ricercatore.
Bruce Lee non costruì il Jeet Kune Do mettendo dieci arti marziali una sopra l'altra.
Le attraversò, ne confrontò i principi, eliminò ciò che non gli serviva e cercò di arrivare a qualcosa che fosse più importante dell'etichetta dello stile.
Non voleva essere cintura nera di tutto.
Voleva sapere che cosa funzionava.
E soprattutto voleva sapere perché.
Cesio Endrizzi